Itinerari

Posted by Admin on Luglio 15, 2008

Si ringrazia il Gruppo Alambra, la Comunità Montana del Frignano e F. A. Scanabissi e L. B. Spennato per la realizzazione della presente sezione tratta dal libro "Comunità Montana del Frignano" e il libro "Sulle antiche strade del Frignano: voci di storia e leggenda" Adelmo laccheri Editore in Pavullo

 

Pievepelago

Posted by Admin on Luglio 15, 2008

Il toponimo Pèlago deriva dal latino "pelagus" e sarebbe ad indicare la vicinanza di abitanti ad un ampio bacino idrico; l'unica traccia di questo "pelago" è oggi il vasto letto del fiume.
Le origini di Pievepèlago sono legate al diffondersi nel Frignano del Cristianesimo e alla primitiva organizzazione ecclesiastica della plebs (primanotizia certa nel 1038). Dopo essere stato sottomesso al comune di Modena, il paese passò sotto il dominio dei Montegarullo con delibera estense. La particolare posizione della conca del Pèlago, chiusa da alte montagne e accessibile, fino all'apertura delle Via Giardini (1778), solo attraverso pochi e difficili passaggi, ha favorito lo sviluppo di una cultura locale che ha reso Pievepèlago il centro culturale più vivo del Frignano.
Infatti, vari interessi, letterari, artistici, scientifici, si concretizzarono nella fondazione della Società "Lo Scoltenna", avvenuta nel 1902, un circolo culturale che tuttora esiste ed è riconosciuto come una delle Accademie d'Italia.
Pievepèlago presenta anche importanti mete di interesse artistico: la Chiesa parrocchiale affiancata dal campanile (1871); il suggestivo Ponte della Fola (appena fuori dal centro) sullo Scoltenna, costruzione tipicamente medioevale, dal profilo "a schiena d'asino". Nel capoluogo, anche il caratteristico "Mulino di Domma" risalente al 1586. Nella frazione di Sant'Andrea Pèlago si possono ammirare una torre medioevale e il bellissimo soffitto ligneo settecentesco della Chiesa parrocchiale.
A Roccapèlago i resti dell'antico Castello di Obizzo sono stati trasformati da Montegarullo in una Chiesa, nella quale sono conservati dipinti seicenteschi di scuola bolognese e una croce processionale del Duecento. A S. Annapelago si può ammirare la Chiesa parrocchiale ricostruita dopo la disastrosa frana del 1896 che semidistrusse il paese.
Dal lato naturalistico, sono mete di grande interesse i laghi Santo e Baccio.

 

L'infiorata

Per la festa del Corpus Domini si prepara l'Infiorata, un tappeto di fiori che ricoprono la centrale via Tamburù. A Pievepèlago non ha origini molto antiche, la prima notizia risale al 21 giugno 1927, quando un cronista così descrisse la processione del Corpus Domini lungo le vie "cosparse di olezzanti fiori freschi".

La prima notizia storica relativa a questa usanza in Italia la fornisce il gesuita Giovan Battista Ferrari, senese, nel suo De florum cultura pubblicato in latino nel 1633 e in una seconda edizione in italiano nel 1638. Il Ferrari ci descrive con dovizia di particolari la prima infiorata fatta in Vaticano il 29 giugno 1625 in occasione della festa di S. Pietro e Paolo: "Ad usi più nobili gli stessi fiori, sfrondati e sminuzzati (...) contraffanno le più nobili pitture ne'colori e nel resto dell 'apparenza ".
L'autore descrive poi i fiori adoperati per ottenere i vari colori: "rappresenterà la carnagione della faccia bruna il garofano ricamato. La rosa dipingerà le guance (...) formerà le pupille degli occhi il fiore scuro, che dal turchino tira al nero, chiamato giacinto botriode, cioè fatto a grappoli... Formerà insieme i capelli, se neri dovranno essere, e se biondi servirà la ginestra, se bianchi, il garofano pur bianco. Nobiliterà le vesti, e arricchiralle col colore pur cilestro il fiore, che chiamiamo sperone di cavaliere, e 7 papavero selvatico di color rosso e 7 garofano dello stesso colore, ò con l'oro suo la ginestra, ò con la mortella la verdura. Tanta agevol cosa è trovar ne' campi que' colori, che con ansitios a fatica si cercano nelle cita... ".
La preparazione richiede tempo ed infinita pazienza e bravura, infatti i tappeti floreali sono molto elaborati nei disegni, spesso a tema religioso, nella disposizione e nell'accostamento dei fiori, nelle diverse tonalità di colore. Circa un mese prima della festa, gli infioratori si trovano insieme per organizzare la manifestazione. Alcuni giorni prima, si recano a raccogliere i fiori selvatici non protetti: ginestra, margherita, palle di neve, maggiociondolo, acacia... e li conservano in locali umidi. La mattina della festa, inizia il lavoro vero e proprio: vi è chi traccia il contorno del disegno con gessi, chi dispone i fiori sul terreno, chi li annaffia continuamente per mantenerli freschi. Alle 12,00 passa la processione e soltanto il sacerdote con l'Ostensorio tra le mani potrà calpestare i tappeti.

 

Lago Santo

Il Lago Santo è raggiungibile da Pievepelago, seguendo le indicazioni per il paese di Tagliole. A pochi minuti dalle sue rive si trova una grande parcheggio: questa zona si chiama Pian de remi perchè da qui passava l'antica via dei remi cioè quella strada dove transitavano i tronchi d'albero tagliati all'Abetone e a Cutigliano che dovevano arrivare al mare, per essere destinati a trasformarsi in remi per le grandi navi.
Il lago si trova a quota 1501 ed è il maggior lago naturale dell'Appennino modenese; ha un perimetro di 1250 m., una lunghezza di circa 550 m. e la sua superficie misura 58.000 mq., mentre la massima profondità è di poco superiore ai 20 metri. Ha un'origine mista, glaciale e di frana: circa 150 m. sopra la superficie si trova una terrazza pensile, chiamata Borra dei Porci, che rompe l'uniformità della grandiosa parete orientale del Monte Giovo. Nel passato era un lago meraviglioso, perché circondato da faggeti; purtroppo ora ha perduto un po' di magia, perché i carbonai hanno distrutto la maggior parte della vegetazione.

 

La Leggenda del cacciatore blasfemo

Alcuni Frignanesi pensano che il nome Lago Santo sia legato a questa leggenda. C'era una volta un cacciatore che scommetteva con chiunque che avrebbe catturato un grosso, nero e feroce lupo che dilaniava le pecore, cani e gatti, tutti gli animali amici dell'uomo. Anche nei giorni festivi, non smetteva di girovagare per il bosco e non ascoltava il richiamo festoso delle campane della chiesetta di Tagliole, che annunciavano l'inizio della Santa Messa. A chi lo consigliava di smettere la ricerca, anche solo per adempiere ai doveri di buon cristiano, rispondeva con arroganza: - Prima il lupo, poi la Messa! - Passava il tempo inesorabilmente, ma della feroce belva non si riusciva a scovare la tana. Il cacciatore però era determinato e diceva ridendo: - Un giorno mi vedrete andare in chiesa vestito con la pelle di lupo, scarpe di lupo e colbacco di pelo di lupo! -
Gli amici sogghignavano. Ormai era diventato lo zimbello del paese. Il cattivo cacciatore, mentre cercava disperatamente il lupo, fu sorpreso da una nevicata tanto abbondante, che non riusciva a vedere bene dove fosse il lago. Quando intravide il lupo, ne udì gli ululati, lo inseguì veloce, come poteva, perché la neve era alta, ma purtroppo la superficie ghiacciata del lago si spaccò e lo divorò. Mentre scendeva tra le acque gelide sentì sicuramente l'ultimo ululato del lupo, che ancora una volta si beffava di lui.

 

Maggiori informazioni all'indirizzo http://www.pievepelago.info

 

S. Andrea

Posted by Admin on Luglio 15, 2008

Nella tranquilla e poetica valle del pelago vi è un paesino suggestivo S.Andrea, teatro di vita popolana dalle antiche origini celtiche e romane da cui oggi si evidenziano i tratti dialettali.
In epoca successiva il Frignano nel sec. XIII fu governato da una classe numerosa e turbolenta di nobili signorotti, i quali, asserreagliati nelle forti rocche e nei turriti castelli, che coronavano ogni picco, erano in perpetua lotta tra loro; ma però concordi nel vessare e nel terorizzare con le angherie e con le prepotenze una popolazione inerme e non organizzata alla difesa.
Nel XVIII, raggiunta una certa stabilità durante il dominio Estense, favorì lo sfruttamento delle risorse naturali. La risorsa principale della comunità era offerta dai boschi che si estendevano per centinaia di ettari. Onde evitare che l'eccessivo disboscamento impoverisse la zona, al cui danneggiamento contribuivaanche il bestiame lasciato libero, si adottarono norme speciali a tutela di un patrimonio di vitale importanza.
Testimonianze storiche asseriscono che a S.Andrea vi furono antiche vie di comunicazione che attraversavano il territorio, quali la Via Vandelli, la Via Bibulca, la Via Romea, la Strada del Duca; queste strade, che si presentano ancora in buono stato di conservazione, mettevano in comunicazione l’Emilia con la Toscana, valicando il crinale appenninico.

Ancor oggi si possono ammirare i monumenti che di fatto hanno scritto la storia di S.Andrea: la grande torre civica, la casa dell'illustre poeta Ceccardo Roccatagliata Ceccardi, la chiesa parrocchiale, la fontana del Baronio, l'oratorio di S.Rocco, le capanne celtiche...

Maggiori informazioni all'indirizzo http://www.santandreapelago.it/

 

Fiumalbo

Posted by Admin on Luglio 15, 2008

Per avere notizie sul paese occorre fare riferimento alla Rocca, simbolo del comune e delle tumultuose vicende storiche vissute dai Fiumalbini: ha infatti origini antichissime (probabile insediamento di pastori cutiglianesi); il documento più antico in cui si parla di Fiumalbo risale al 1038, atto di donazione della Rocca del marchese Bonifacio, padre di Matilde di Canossa, al vescovo di Modena.
Già allora Fiumalbo era comune autonomo ed aveva un proprio podestà; nel 1276 il paese era alleato, con giuramento di fedeltà, al comune di Modena e rimase legato per lungo tempo alla famiglia d'Este.
Sono del 1338 gli Statuti del Frignano in cui compaiono gli statuti propri di Fiumalbo, che tutelò la sua autonomia e la sua tranquillità grazie anche agli stretti rapporti commerciali con l'area toscana fino a tutto il XVI secolo. I lavori per la costruzione della Via Giardini (che rimase per anni il collegamento più comodo tra Italia Settentrionale e Italia Centrale) iniziarono proprio a Fiumalbo nel 1716. Entrato poi a far parte dell'Italia unita, Fiumalbo cercò di risolvere i suoi problemi soprattutto attraverso l'emigrazione all'estero.
Nel paese sono da ricordare diversi avvenimenti che ricorrono periodicamente: la fiera della seconda domenica di luglio; la tradizionale rappresentazione del presepe vivente che ha origini antichissime; i concerti d'organo; la festa del patrono S.
Bartolomeo, unica per la sua originalità; e per finire il premio "Fiumalbo Città d'Arte", teso a riconoscere l'impegno nei settori sociale, imprenditorale e culturale di personalità locali. La Chiesa di S. Francesco fu costruita nel XVII secolo e presenta all'interno uno splendido altare del Crocefisso, in pietra arenaria, del 1676 (e 1' organo a canne del Traeri 1728). Nel centro del paese sorge il piccolo Oratorio di S. Rocco (secolo XVI), molto interessante per la volta a crociera e per gli affreschi dell'interno, del pittore carpigiano Saccacino Saccacini, che li realizzò tra il 1535 e il 1536. La Chiesa parrocchiale di S. Bartolomeo, risale al XIII secolo, fu ricostruita ed ampliata alla fine del Cinquecento. La facciata conserva lo stile rinascimentale: l'interno è diviso in tre navate scandite da sottili colonne in sasso e il soffitto della navata centrale è in legno intagliato. Ricco è il patrimonio artistico costituito da quadri, croci, candelieri, reliquiari, paramenti sacri, alcuni dei quali molto antichi in mostra permanente c/o il Museo di Arte Sacra.


La Leggenda delle Campanelle di Fiumalbo
Si narra che anticamente nel paese vi era un uomo incaricato di andare la sera, all'ora dell' Ave Maria, per le vie a suonare una grossa campanella. Quel suono annunciava che era giunto il momento di coricarsi e le mamme si affrettavano a mettere a letto i loro piccoli. L'uomo si chiamava Sereno e quando morì fu il figlio a svolgere quel compito particolare e così avvenne per generazioni. Si ricorda che uno degli ultimi ad ottenere l'incarico fu Toni Re, che lavorò fino alla veneranda età di novanta anni. Quando si ritirò per ragioni di salute, nessuno voleva sostituirlo.
Tutti gli abitanti si lamentarono addirittura con il sindaco del paese, perchè senza il suono della campanella i bambini non volevano andare a dormire. Un altro uomo, detto Gnegne, si offri per il servizio, ma volle essere pagato profumatamente! L'origine di questa antica tradizione è leggendaria. Si racconta che un proprietario di terre volle, una volta morto, che i compaesani si ricordassero di lui e cosi offrì un compenso a chi suonando un campanello lo avrebbe fatto ricordare nelle preghiere. In realtà non si ricordarono solo di lui, ma di tutti i defunti, e così nella preghiera serale si univa la lode alla Madonna a quella dei morti.

Maggiori informazioni all'indirizzo http://www.comune.fiumalbo.mo.it

 

Riolunato

Posted by Admin on Luglio 15, 2008

Le ipotesi sull'origine del nome di Riolunato sono diverse, ma una delle più accreditate è quella che lo pone in relazione con un antico nome del Monte Cimone, "Alpe Lunata" o "Alpe de Lona".
Il nome di Riolunato si identificava con l'attuale frazione di Castello, munita di una rocca.
La tradizione vuole che questa rocca fosse la preferita del famigerato Obizzo, il più noto esponente della famiglia Montegarullo: tra il XIV e il XV secolo ci furono violente lotte tra gli Estensi e Obizzo, che proprio qui, si dice, fu ucciso e, a ricordo della sua morte, fu eretta nel 1571 una colonna in sasso sormontata da una croce di ferro.
La rocca passò quindi nelle mani degli Estensi fino all'Unità d'Italia.
Tra il 1786 e il 1787 Riolunato fu sconvolto da una frana che alterò completamente la morfologia del territorio. Nel 1817 la comunità di Riolunato fu aggregata al Comune di Fiumalbo per ordine del Duca Francesco IV e solo nel 1859 si ricostituì in Comune autonomo.
Dal punto di vista artistico Riolunato si distingue per molti tratti ancora interamente medioevali: le antiche case delle famiglie notabili con lo stemma gentilizio, la caratteristica piazza del Trebbo, su cui si affacciano Casa Ferrari, Casa Vellani, Casa Gestri, un tempo sede municipale. Sulla facciata principale di quest'ultima si trova un affresco raffigurante la "Madonna e Santi" e recante in basso un'iscrizione e la data 1462, un bell'esempio di pittura popolare.
La Chiesa parrocchiale di S. Giacomo (1611), restaurata nel 1920, conserva all'interno un affresco quattrocentesco rappresentante la Vergine Annunciata e tre pale d'altare della scuola di Guido Reni.
Molto interessante è la frazione di Castello, che deve il nome all'antica Rocca dei Montegarullo e conserva ancora la struttura di luogo fortificato; la torre, ora adattata a campanile, reca sull'architrave del portale un rilievo inciso recante due date (1481-1482) e alcune figure umane. A poca distanza dal centro del Castello sorge il piccolo Oratorio della Madonna del Caio, dalla struttura a capanna, che conserva un bellissimo affresco raffigurante la Madonna col Bambino e due figure di Santi.
L'opera è databile 1516 e si deve alla mano di un pittore anonimo. Nella frazione Serpiano è possibile ammirare un portico del '300 perfettamente conservato e nella frazione di Groppo, degna di attenzione è l'imponente Villa Bellucci.


Maggiori informazioni all'indirizzohttp://www.riolunato.com

 

Sestola

Posted by Admin on Luglio 15, 2008

I più antichi abitanti della zona furono, come in tutto il Frignano, i Liguri Friniati, che resistettero a lungo alla penetrazione romana.
La storia di Sestola comincia con la con quista dei Longobardi: nel 753 il Re dei Longobardi Astolfo donava il "Castrum Sextule" e i territori adiacenti all'Abbazia di Nonàntola. In età medioevale Sestola aderì al Comune federale del Frignano e dal XIV secolo, con il passaggio del Frignano agli Estensi, Sestola divenne capitale della provincia del Frignano, titolo che conservò fino alla fine del '700, quando esso passò a Pavullo. Nella seconda metà del Cinquecento il Castello di Sestola affrontò una radicale ristrutturazione per adattarsi all'uso delle armi da fuoco. Lo contraddistingue la struttura a stella, le mura inclinate circondate dal fossato, tre porte d'accesso, una torre angolare rotonda, ed il mastio (cioè la torre principale), situato nel punto più elevato dell'intera fortezza.
Entro la corte del Castello si trova l'Oratorio di S. Nicola, riedificato nel 1696, con campanile a vela al centro della facciata; la Canonica (1572) che presenta un bel portale sovrastato da uno stemma in arenaria; la Palazzina del comandante del Forte, costruita alla fine del Cinquecento per ospitare il governo militare della fortezza, arricchita da un portale formato da bugnati e finestre incorniciate e decorate e la Torre dell'Orologio, del 1572, che conserva ancora la campanella per scandire le ore. La parte più alta, la Rocca, è costituita da vari corpi: la torre angolare rotonda, il Palazzo del Governo e la Casa della Regione; vi è inoltre una torre merlata, ultimo baluardo difensivo, suddivisa in tre piani. Dopo la Restaurazione il paese perse importanza, trovandosi tagliato fuori dai traffici che si svolgevano sulla Via Giardini. In seguito a questi mutamenti la fortezza fu destinata parte a penitenziario, parte a nuovi uffici. Verso la fine dell'Ottocento la fortezza subì un'ulteriore trasformazione, ospitando un Osservatorio meteorologico e un Istituto estivo per la cura dei bambini.
La pratica dell'escursionismo che faceva del monte Cimone la meta più ambita dalle neonate sezioni del C.A.I., lo sviluppo del patrimonio forestale e la trasformazione del paese in attrezzata stazione climatica, fecero di Sestola un accogliente e rinomato paese di villeggiatura. In questo secolo il turismo è via via diventato preminente nell'economia del paese ed oggi, dopo cent'anni di esperienza e di tradizione, Sestola è fra le stazioni primarie di tutto l'Appennino. Innumerevoli sono i monumenti degni di nota fra cui molte chiese, oratori ma anche borgate e case padronali e naturalmente il complesso del Castello. Numerose opere d'arte quadri, altari e manufatti preziosi si possono invece ammirare nelle chiese. Nel centro storico del paese sono degni di nota: le volte presso l'omonima borgata, quella più recente del Rosario e la fontana del forno risalente al 1812.
Nei dintorni e nel territorio sono presenti diversi esempi di borghi rurali di notevole interesse. Fra le principali chiese ed oratori di Sestola degni di essere visitati, segnaliamo: la Chiesa parrocchiale di S. Nicolò costruita agli inizi del sec. XVII in sostituzione dell'antica chiesa situata all'interno della fortezza. Rimodernata nei primi anni del XX secolo con una nuova facciata, conserva notevoli opere d'arte oggi restaurate: la Chiesa della Madonna del Rosario di struttura seicentesca, appartenente all'antica famiglia dei Cavalcabò e, restaurata di recente, ha ritrovato l'antico splendore; l'oratorio di S. Nicola in Castello detto anche la Chiesa di Rocca, antica parrocchiale di Sestola, nominata fin dal 1114, ma riedificata e ridotta a oratorio nel 1696 e al cui interno si trovano resti di affreschi quattrocenteschi; l'oratorio di S. Antonio, situato sulla strada che porta al Castello, risale all'inizio del Seicento ed è l'ultimo dei tanti oratori privati appartenuti alle famiglie notabili del paese. La storia di Sestola è anche quella delle sue frazioni: Casine, Castellaro, Rocchetta Sandri, Roncoscaglia e Vesale che, a parte la prima, frazione da circa un secolo, hanno tutte una lunga storia d'indipendenza dall'attuale capoluogo quali liberi Comuni del Frignano. Conservano interessanti tradizioni culinarie e monumenti di notevole valore storico ed artistico contribuendo con successo allo sviluppo turistico di Sestola. Nelle frazioni, degne di una se pur breve visita, sono le chiese parrocchiali e alcuni oratori. Le principali: la Chiesa parrocchiale di S. Maria Assunta a Castellaro, quella di S. Giovanni Battista a Rocchetta Sandri e quella di S. Giorgio a Vesale. Fra gli oratori: il Santuario Beata Vergine delle Grazie di Poggioraso, l'Oratorio della Madonna del Volto a Rocchetta, quello romanico di S. Biagio a Roncoscaglia, di S. Maria a Castellaro e di S. Rocco a Roncoscaglia. Fra gli insediamenti rurali di notevole importanza architettonica situati nel territorio di Sestola segnaliamo: l'Oppio nei dintorni del capoluogo, Prà della Serra a Casine e la Fontanaccia a Castellaro. Numerosi i metati, ormai in disuso, i manufatti per l'essicazione delle castagne.

Salendo verso le pendici del Monte Cimone, situato a 1500 m. di altitudine troviamo il lago della Ninfa di origine tettonica.

 

La leggenda del lago della Ninfa

Tanto tempo fa, tre bravi cacciatori nei freddi pomeriggi invernali erano soliti incontrarsi, per andare a caccia coi loro cani fedeli.
Il capo del terzetto era il più sicuro e presuntuoso, non si faceva mai sfuggire l'occasione di dare prova del suo fiuto nello scovare la selvaggina prima dei cani. Un giorno, partirono come al solito, seguendo un sentiero che conoscevano bene. Non trascorse molto tempo che il capo riuscì ad uccidere tre grosse lepri, che lo fecero inorgoglire. Dopo poco, infatti, disse in tono solenne che avrebbe proseguito da solo, abbandonando il sentiero.

I compagni gli ricordarono i pericoli del bosco e lo pregarono di non andare solo, perché presto sarebbe scesa la sera. Non diede retta ai consigli e si incamminò solo soletto tra i rovi intricati.
Vagò per ore, facendosi strada a fatica tra gli alberi. Ad un tratto, il suo segugio annusò qualcosa e, nascosto dietro un cespuglio coperto dalla neve, il cacciatore trovò un lupo. Era ferito ad una zampa posteriore, e non sarebbe sopravvissuto a lungo, non potendo cercare cibo.
Gli balenò l'idea di riportare ai compagni il corpo del lupo; decise di lasciare soffrire il povero animale fino allo stremo delle forze. Senza esitare, lo spaventò sparando un colpo in aria per farlo fuggire e si divertiva nel sentirlo ululare sempre più fievolmente, mentre perdeva sangue.
Si sentiva felice nel seguire la corsa disperata della preda. Dopo poco il lupo cadde a terra gemendo, senza forze e macchiando la neve di sangue. Proprio mentre il cacciatore stava per sparare, sentì distintamente un suono. Riconobbe una voce femminile, dolcissima. Rimase ammaliato e si affrettò a seguirne l'eco nel folto del bosco. Ben presto trovò quello che stava cercando: una donna bellissima, dalla pelle più bianca della neve e i capelli color dell'oro lo attendeva su un ponte di cristallo, che univa le sponde di un lago ghiacciato.
L'uomo, ormai incantato da quella visione celestiale, si avvicinò senza indugiare al ponte e cominciò a muovere i primi passi. La Ninfa, per tutta risposta, riprese a cantare con voce ammaliatrice, facendolo avanzare. Più l'uomo si avvicinava, più la Ninfa sembrava allontanarsi, costringendolo ad avanzare ancora... ma proprio quando raggiunse il centro del ponte, sentì uno scricchiolio sinistro. Il cacciatore cadde nel lago ghiacciato e morì, mentre la Ninfa lo guardava sorridente dalla sponda opposta.
II corpo del cacciatore non fu mai ritrovato e da allora si racconta che, quando il vento ulula tra gli alberi, si può ancora sentire la misteriosa voce della donna, che col suo nome battezzò quel luogo: il Lago della Ninfa.

 

Maggiori informazioni all'indirizzo http://www.sestola.com

 

Abetone

Posted by Admin on Luglio 15, 2008

Deriva il proprio nome da un enorme abete, tanto grande da non poter essere abbracciato neppure da sei persone con le braccia tese, che venne abbattuto per far posto alla settecentesca strada Modenese. Prima di allora la località era nota come Boscolungo, nome che oggi identifica una frazione. Due strane piramidi, contornate di marmo, furono erette nel 1777 per ricordare due principi sovrani di Modena e di Toscana, protagonisti nella costruzione della strada Giardini-Ximenes. Ciascuna porta l'arma dello stato a cui appartiene e un'iscrizione in latino dettata dal Tiraboschi per Francesco III e dallo Ximenes per Leopoldo I. I crinali appenninici furono interessati sin dall'antichità da importanti vie di collegamento. Sono noti, almeno dall'età romana, itinerari transappenninici che, attraversate le montagne dell'Appennino Tosco-emiliano, collegavano il nord e il sud della penisola. Nonostante i valichi appenninici fossero frequentati, soltanto nel 1732 si pose mano ad un primo progetto per una strada che, attraverso la alte cime, congiungesse Pistoia con l'Emilia Romagna. La nuova strada, voluta dal Granduca Gian Gastone dei Medici, fu però resa carrabile soltanto da Pistoia a Capostrada. Terra di confine tra il Granducato di Toscana, il Ducato di Modena e la Repubblica di Lucca, la foresta dell'Abetone divenne meta privilegiata di fuggiaschi di ogni genere, che tra i boschi dell'Appennino trovavano comodi rifugi e facili vie di fuga.
Con l'apertura della via Modenese, non solo sorsero fabbriche e locande, ma intere famiglie di contadini, ai quali erano stati concessi terreni dove costruire la propria casa, si trasferirono in montagna per provvedere al mantenimento della strada, dando così vita agli insediamenti che oggi costituiscono il comune di Abetone. L'Unità d'Italia segnò un momento critico per l'Abetone, quando la scomparsa dei confini portò all'abolizione delle dogane e quindi del traffico ad esse connesso. A partire dal 1863, data dell'inaugurazione della Ferrovia Porrettana, la strada Modenese perse la funzione di principale collegamento tra la Toscana e l'Emilia Romagna. Gli anni dell'Ottocento e i primi del Novecento furono certamente di crisi, e l'economia locale rimase essenzialmente legata al lavoro dei boschi e alla produzione di carbone.
Il primo sciatore si presentò in paese nel 1904, ma di turismo si cominciò a parlare quando l'Abetone venne scoperto da alcune famiglie della nobiltà italiana: tra coloro che vi soggiornarono si ricorda Giacomo Puccini, che vi possedette una villa.
Un primo vero impulso turistico l'Abetone lo conobbe negli anni Trenta, quando l'ingegnere Lapo Farinati degli Uberti promosse lo sviluppo della Valle delle Pozze (oggi Val di Luce), con progetti che miravano alla realizzazione di un grande centro sciistico, con alberghi, piste ed impianti di risalita. Il secondo conflitto mondiale interruppe definitivamente i lavori nella Valle delle Pozze e per l'effettiva valorizzazione del comprensorio si sono dovuti attendere anni più recenti quando, anche grazie alla fama dei grandi campioni di sci Zeno Colò, Cellina Seghi e Vittorio Chierron, l'Abetone si è trasformato in una delle più celebri stazioni sciistiche d'Italia.

La leggenda del grande abete
Un tempo gli abeti non erano dei sempreverdi e quando giungeva l'autunno perdevano le foglie come tutti gli altri alberi. Nei boschi viveva un grande abete i cui rami ospitavano ogni anno i nidi degli uccelli che vi trovavano protezione fino all'arrivo dell'autunno. Un giorno, uno di loro si ferì ad un'ala e non potè seguire lo stormo, che migrò verso un luogo più caldo. Il povero uccellino andava incontro ad un triste destino, perché al cadere delle foglie, sarebbe morto di freddo, ma l'abete era robusto e voleva salvare il suo amico a tutti i costi. Il vento cercava in tutte le maniere di portargli via le foglie, ma il grande albero riuscì a resistere fino all'arrivo dell'inverno. Stupitosi di vedere un albero ancora verde in mezzo ad una distesa bianca, l'inverno chiese spiegazioni all'uccellino, che, grazie agli sforzi dell'abete, era riuscito a sopravvivere. Colpito dalla generosità del grande albero, per ringraziarlo della sua bontà d'animo, gli promise che il vento non avrebbe mai più staccato il fogliame e da quel momento rimase sempreverde.

Maggiori informazioni agli indirizzi http://www.abetone.com e http://www.abetone.it

 

Pavullo

Posted by Admin on Luglio 15, 2008

Pavullo è il capoluogo del Frignano. La sua posizione mediana tra pianura e alto appennino modenese insieme al fatto di trovarsi all'incrocio di diverse strade ha posto le migliori condizioni per un consi-- derevolesviluppoeconomicoesociale.il nome Pavullo deriva da "paule" o "palude", la palude nei pressi della quale sorgeva.
Ricostruire la storia delle origini di questo paese è alquanto difficile in assenza di testimonianze archeologiche eloquenti in grado di far luce sui molti punti oscuri. Dai tanti studi compiuti sulla toponomastica locale è emerso il succedersi di vari insediamenti, tra i quali quelli dei Liguri Friniati, dei Celti e dei Romani.
Quando i Liguri Friniati si stabilirono nelle zone del Frignano centrale organizzarono il territorio in vichi raccolti attorno ad un fulcro con le funzioni di "castello" ante litteram. I Romani una volta conquistata la zona mantennero l'organizzazione del territorio preesistente, realizzando in questi luoghi un vero e proprio accampamento militare. È plausibile dunque ipotizzare che la struttura difensiva alto-medievale conosciuta con il nome di Castrum Feronianum altro non fosse che una derivazione naturale dell'accampamento militare impiantato dai Romani di cui si accennava prima. Il Castrum Feronianum comprendeva tutto l'attuale Frignano ed aveva probabilmente il suo capoluogo a Poggiocastro, il colle fortificato più alto.
Le fonti documentarie che attestano l'esistenza del Castrum Feronianum sono numerose: la prima volta è citato in un documento del VII secolo, ancora di esso si parla nella Historia Longobardorum di Paolo Diacono e in svariati documenti dei secoli successivi. Evidentemente il "Feroniano" era un vero e prorio distretto con una sua identità ben precisa. La fisionomia militare della zona si accentuò quando in epoca bizantina il Castrum divenne una sorta di avanposto difensivo contro l'avanzata dei Longobardi ai danni dell'Esarcato di Ravenna. A riconferma del fatto che Poggiocastro fosse il capoluogo del distretto è l'esistenza a Monte San Vincenzo della più antica ed importante Pieve del Frignano, la Plebs de Palude. Nei secoli XII, XIII e XIV all'organizzazione di stampo militare si andò sostituendo l'organizzazione delle pievi, dove l'organizzazione civile del territorio coincideva con quella religiosa. Un altro centro importante nella storia del territorio in questione fu il Castello di Montecuccolo che svolse per molto tempo almeno fino al XV secolo le funzioni di centro amministrativo e giurisdizionale del territorio del Frigano.
Il castello Costruito probabilmente nel XII secolo, è legato alla famiglia dei Montecuccolo (da cui il nome), la quale riuscì ad imporre il suo dominio su tutta la regione. La Potente famiglia ottenne l'investitura imperiale ed estese la propria influenza anche alla Valle del Dolo e del Dragone grazie all'avvocatura dell'Abbazia di Frassinoro. Nel XV secolo il feudo dei Montecuccolo si estendeva dalle montagne reggiane a quelle bolognesi e contava numerosi castelli e ville. Non lontane da Pavullo passano numerose vie che collegavano l'Emilia alla Toscana e questo fu senz'altro un altro fattore di sviluppo per questo territorio. È in questo periodo che un ospizio per pellegrini fu trasformato nell'Ospedale di S. Lazzaro per il ricovero dei lebbrosi. L'ospedale fu a lungo attivo fino al 1620 quando cessò la sua attività.
Il secolo XVIII fu decisivo per lo sviluppo economico e urbanistico di Pavullo che si trovò ad essere attraversato dalla Via Vandelli e dalla Via Giardini.
Nel 1832 il duca Francesco IV, designava Pavullo quale capoluogo del Frignano assegnandogli come stemma l'antica aquila del Frignano. A Pavullo il Duca fece costruire nel parco un Palazzo che divenne poi la sua residenza. Si tratta di un edificio neoclassico a tre piani con scalone a doppia rampa all'interno del quale hanno sede la biblioteca Comunale, il Museo civico frignanese e il Tribunale. Il Palazzo è collegato da un breve portico ad un grandissimo parco che rappresenta un patrimonio naturalistico di grande valore.
A Montecuccolo spicca la bella chiesa di San Lorenzo, costruita nel 1577 ed il castello, molto danneggiato, ma che conserva, ben visibili le caratteristiche dell'impianto originario.
La chiesa Plebana di Battista di Renno, risale al VIII-IX secolo. Degni di nota sono i pilastri interni di tre diversi tipi: semicolonne di tipo bizantino, pilastri a sezione triangolare e colonne di forma ottagonale, rarissima soprattutto in Italia. La Torre di Gaiato, a pianta quadrata, resta un bellissimo esempio di architettura militare medievale.
La pieve di Coscogno fu costruita attorno al VI-Vili secolo ma l'aspetto attuale è frutto di un intervento del XVII secolo e l'elemento più interessante è il portale.

La leggenda del frumento
Se non fosse successo quello che raccontano alcuni nonni ai nipotini, ora a Pa-vullo non ci sarebbe il campo d'aviazione. Molti anni fa, in quella vallata, c'era il più bel frumento che si potesse vedere. Il proprietario era diventato molto ricco, perché lavorava sempre e per lui i giorni festivi non esistevano. Mentre tutte le altre persone, alla domenica, andavano in chiesa per ringraziare Dio di ciò che avevano, quel padrone se ne stava a lavorare nei suoi campi, servendosi anche dell'aiuto dei servi, che lavoravano contro la loro volontà. Era una domenica:
- Venite a Messa, signore? - chiedevano i contadini, passandogli davanti.
- Andate voi, se volete. Io ho da fare. Guardate questa bella vallata: si vede il più bel frumento della zona. Mentre voi andavate a Messa e perdevate tempo, io lavoravo! Ecco il risultato che vi fa invidia! - Detto ciò, in quel giorno festivo, comandò ai servi: - Falciamo il grano! -
Davanti si mise lui, per vedere se lavoravano veramente in fretta. Quando giunse la sera, il biondeggiar del grano maturo rendeva la vallata un tappeto d'oro, che si ammorbidiva sempre più col tramontare del sole. Ad un tratto, tuoni forti, sempre più forti e lampi luminosissimi squarciarono il cielo, che si aprì rovesciando in abbondanza grandine e acqua torrenziale. Il mattino dopo, del frumento non vi era nessuna traccia. Da quel giorno lo seminò ancora, quel signorotto che non consacrava la domenica, ma non crebbe più neppure una spiga. In seguito quella vallata, per l'ubicazione e per le favorevoli correnti d'aria che la attraversavano, divenne il famoso campo d'aviazione.

Maggiori informazioni all'indirizzo http://www.comune.pavullo-nel-frignano.mo.it

 

S. Pellegrino

Posted by Admin on Luglio 15, 2008

S.Pellegrino, avvolto da un alone tra leggenda e realtà. Da secoli remoti ha acquisito fama, con la presenza di un ospizio ed una chiesa, nei quali affluivano pellegrini, viandanti, poveri ed infermi per ricevere soccorso.
La presenza dell'ospizio di San Pellegrino sul valico dell'Appennino tosco-emiliano, a 1525 s.l.m., si giustificava con una via di comunicazione, che da epoche immemorabili congiungeva la Toscana con la pianura padana e con l'Europa settentrionale.
L’identità e la storia dei due santi sono incerte e hanno dato luogo a molte ipotesi.
La leggenda più accreditata è che San Pellegrino, figlio del re di Scozia, fosse venuto in questi luoghi per cercare quiete e far penitenza. Venne tentato dal diavolo più volte ma seppe sempre resistere. Alla fine il diavolo, irritato, lo schiaffeggiò violentemente da fargli compiere tre giri su se stesso. Vicino al crinale che divide la Toscana dall’ Emilia, si trova un luogo detto il “Giro del diavolo” dove sono ancor oggi visibili i grossi cumuli di pietre che fino a qualche decina di anni fa, processioni di devoti portavano come segno di penitenza per onorare il Santo e chiedergli delle grazie.
La leggenda narra che il Santo giunto all’età di 97 anni, sentendo ormai vicina la morte si rifugiò nel tronco vuoto di un vecchio faggio e incise sulla corteccia le vicende della sua vita.
Molti anni dopo due coniugi modenesi, avvertiti in sogno da un angelo, ritrovano il corpo ancora intatto, custodito da una moltitudine di animali. Accorsero sul posto vescovi e popolazioni dalla Toscana e dall’Emilia ne nacque una disputa per il luogo dove collocare il Santo.
Per venire a capo della questione fu deciso di affidare la scelta al volere di Dio.
La salma venne posta su di un carretto trainato da due torelli, e nel luogo dove si fermarono fu costruita la Chiesa.
La croce di San Pellegrino, sorge prima dell'ingresso del voltone da lato toscan, sul luogo dove, secondo la leggenda, sarebbe stato l'albero dove fu ritrovato il corpo di San Pellegrino.

La leggenda del giro del diavolo
Il santuario si trova nel comune di Castiglione, sulla linea di confine tra Emilia e Toscana; ed i corpi di san Pellegrino e san Bianco hanno la testa rivolta verso la Toscana e i piedi verso l'Emilia. L'identità e la storia dei due Santi sono incerte e hanno dato luogo a molte ipotesi fantasiose.
La leggenda più diffusa è che san Pellegrino sia figlio del re di Scozia Romano e di sua moglie Plantula. Appena quindicenne Pellegrino rimase orfano e a chi voleva inalzarlo al trono domandava - Quanto durerà la corona che mi date ?-- Fino alla morte - fu la risposta, ed egli replicò: - Veggo che questa corona è caduca, voglio quindi scambiarla coli'immortai -
Fu percosso e incatenato per cinque giorni e cinque notti senza cibo e senza bevande per essersi rifiutato di offrire, in una moschea, incenso a Maometto. Parti così alla volta della Terra Santa e visitò tutti i luoghi dove Gesù Cristo visse. In seguito una voce dal cielo l'ammonì: - Va in Italia, che ivi sarà la tua vittoria e la tua quiete- Salì cosi sulla prima nave, arrivò ad Ancona, si fermò a Roma, Bari e sul monte Gargano, un Angelo gli disse: - Andrai nella selva tenebrosa e fa ivi la via sicura perché coloro che passano di là vengono uccisi dai demoni. Segui la stella -
Si trattava di quell'immensa selva, nel versante modenese dell'Appennino, a cui Pellegrino, dopo dodici anni di lotte con i demonii, darà il nome di Romanesca, perché vi passavano sia ai romei che agli altri viandanti. Mangiava e beveva una volta al giorno: suo cibo erano erbe e radici, che gli portava una leoparda, e beveva la rugiada del cielo.Venne tentato dal diavolo più volte, ma seppe sempre resistere. Alla fine il diavolo, irritato, lo schiaffeggiò così violentemente da fargli compiere tre giri su se stesso. Vicino al crinale che divide la Toscana dall' Emilia, si trova un luogo detto il Giro del diavolo dove sono ancor oggi visibili i grossi cumuli di pietre che fino a qualche decina di anni fa, processioni di devoti portavano come segno di penitenza per onorare il Santo e chiedergli delle grazie. Si racconta anche che il Santo giunto all'età di 97 anni, 9 mesi e 23 giorni, sentendo ormai vicina la morte si rifugiò nel tronco vuoto di un vecchio faggio e incise sulla corteccia le vicende della sua vita.
Molti anni dopo, due coniugi modenesi, avvertiti in sogno da un angelo, ritrovarono il corpo ancora intatto, custodito da una moltitudine di animali. Accorsero sul posto vescovi e popolazioni dalla Toscana e dall'Emilia, ne nacque una disputa per il luogo dove collocare il Santo. Per risolvere la questione fu deciso di affidare la scelta al volere di Dio. La salma venne posta su di un carretto trainato da due torelli, e nel luogo dove si fermarono fu costruita la Chiesa.

Maggiori informazioni all'indirizzo http://www.sanpellegrino.org

 
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