Gli scavi della Chiesa - Roccapelago

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Gli scavi della Chiesa

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Gli scavi della Chiesa di San Paolo di Roccapelago nell’Appennino modenese.
La cripta con i corpi mummificati naturalmente

GIORGIO GRUPPIONI*, DONATO LABATE**, LUCA MERCURI**, VANIA MILANI***, MIRKO TRAVERSARI***, BARBARA VERNIA****


In occasione dei lavori di recupero e consolidamento condotti sulle strutture della Chiesa parrocchiale della Conversione di S. Paolo di Roccapelago a Pievepelago (MO), tra ottobre 2009 e marzo 2011 sono stati effettuati scavi archeologici che hanno riportato in luce i resti della rocca medievale, della chiesa preesistente, diverse sepolture e una cripta con molti corpi mummificati. Le indagini archeologiche, finanziate dalla Fondazione cassa di Risparmio di Modena, sono state condotte sul campo da Barbara Vernia, coadiuvata dagli antropologi Vania Milani e Mirko Traversari, che hanno operato sotto la direzione scientifica della Soprintendenza per i Beni Archeologici dell’Emilia-Romagna rappresentata dagli scriventi.
Ai resti della Rocca, databili tra il XIII ed il XIV secolo, appartenuta ai Montega una delle più potenti famiglie del Frignano, si sovrappose nel XVI secolo, forse a seguito di un terremoto che danneggiò il fortilizio, una piccola chiesa con orientamento liturgico, che sfruttò l’interrato della rocca per ricavarvi una cripta cimiteriale. Con l’ampliamento della chiesa tra il XVII ed XVIII secolo, la cripta continuò ad essere utilizzata per le sepolture fino alla fine del XVIII con l’attivazione del cimitero all’esterno della chiesa nel 1786. La cripta fu in seguito riempita di macerie e della sua esistenza non si conservò più memoria.
Il rinvenimento più importante è senza dubbio il recupero dalla cripta di circa una sessantina di mummie, frutto di un processo di mummificazione casuale. È un caso piuttosto raro nell’Italia settentrionale. Non si tratta, come spesso accade, della mummificazione volontaria di un gruppo sociale (monaci, beati, membri di famiglie illustri), ma della conservazione naturale (dovuta a particolari condizioni microclimatiche) di un’intera comunità, qui sepolta tra la seconda metà del XVI secolo e il XVIII secolo.
La cripta ha restituito complessivamente circa 281 sepolture fra infanti, bambini e adulti, parte dei quali rinvenuti mummificati. Si tratta di mummie naturali che presentano ancora pelle, tendini e capelli, e che sono state deposte all’interno del’ambiente in un sacco o sudario, una sull’altra, vestite con tunica e calze pesanti. Il loro recupero è stato possibile grazie alla efficace cooperazione in cantiere di archeo e antropologi che hanno permesso di recuperare i corpi nella loro connessione anatomica e riporli su supporti rigidi per poterli trasferire presso il Laboratorio di Antropologia di Ravenna, diretto da Giorgio Gruppioni del Dipartimento di Storie e Metodi per la Conservazione dei Beni Culturali – Università degli Studi di Bologna. Le indagini antropologiche offriranno straordinarie possibilità di studio sullo stato di salute, l’alimentazione, il tipo di lavoro, i rapporti di parentela, le caratteristiche genetiche, ma anche sugli aspetti legati alla religiosità e alla devozione. Lo scavo ha restituito numerosi oggetti, quali medagliette, crocifissi, rosari e una quantità davvero considerevole di tessuti, pizzi e cuffie relativi agli indumenti e ai sudari che avvolgevano i defunti.
Per lo studio e la valorizzazione dei tessuti la Soprintendenza per i Beni Archeologici ha ottenuto la collaborazione dei Musei Civici di Modena, dove sono conservate importanti raccolte di questi materiali, dell’Istituto per i Beni Culturali dell’Emilia Romagna, che ha promosso in questi anni lo studio e la valorizzazione delle raccolte storiche dei tessuti, della Fondazione Centro Conservazione e Restauro della Venaria Reale di Torino per il loro restauro.
I rinvenimenti di Roccapelago offriranno un’eccezionale opportunità per una valoriz della Chiesa e della Rocca con l’esposizione in loco di una parte dei reperti e di alcune mummie. Le altre mummie insieme ai numerosi resti scheletrici rinvenuti, completato lo studio antropologico, torneranno a riposare presto a casa.

D.L., L.M.

Lo scavo delle tombe sotto il pavimento moderno e il rinvenimento dell’ambiente voltato

Dal punto di vista morfologico, la chiesa della Conversione di S. Paolo sorge sul declivio orientale dell’altura di Roccapelago, tanto che metà circa della chiesa poggia sulla nuda roccia, mentre la parte orientale sfrutta il terrapieno creato colmando alcuni ambienti della preesistente rocca con materiale di crollo e/o demolizione.
Subito sotto il pavimento della chiesa sono state rinvenute sette tombe, quattro delle quali ricavate scavando direttamente la roccia, mentre le altre hanno sfruttato strutture preesistenti. Tali tombe, le prime ad essere scavate, sono distribuite in tutto l’edifico: due sepolture sovrapposte nel presbiterio, due nella navata e tre verso l’ingresso della chiesa (fig. 1).


Nella zona del presbiterio al limite dell’affioramento roccioso è stata ricavata la tomba 2, alla quale si sovrapponeva la tomba 1.
La tomba 1 è costituita da una sepoltura singola: appena sotto il pavimento del presbiterio attuale (-0,15 m) sono emersi gli arti inferiori di un individuo, deposto in direzione est-ovest, con la testa ad est, ad una quota di -0,50 m. L’inumato pre dunque un dislivello fra il cranio e le gambe di circa 35 cm, forse dovuto ad un dissesto del terreno. Sotto le costole erano presenti numerose minute fibre di legno e residui di stoffa, mentre di fianco ad esse, era collocato un oggetto metal identificabile come una piccola scatola di latta, sulla quale si leggono ancora 221 iscrizioni in inglese. Tale scatola potrebbe essere finita nel contesto tombale durante una risistemazione dell’altare (che si trovava proprio al di sopra) in periodo post bellico, e questo spiegherebbe anche la strana posizione dell’inumato.
Al di sotto, la tomba 2 è costituita da uno scasso rettangolare piuttosto regolare orientato nord-sud, realizzato in parte scavando la roccia e in parte utilizzandone gli affioramenti come limiti. Le pareti dello scasso sono rialzate con 2-3 corsi di pietre tagliate in modo abbastanza regolare a simulare laterizi. Al momento dello scavo non presentava copertura, perciò l’interno era pieno dello stesso riporto presente in tutta la chiesa. Sono state rinvenute ossa lunghe pertinenti ad almeno 4 individui, sepolti in momenti differenti, come testimonia la sovrapposizione dei corpi e il fatto che due crani fossero disposti a metà del lato lungo ovest, in aderenza alla parete della tomba. Inoltre, anche i due individui più superficiali si presentano affiancati, ma quello di sinistra risulta spostato come per creare spazio per la deposizione di quello di destra.
Il fondo era livellato con un impasto di calce bianca, friabile e porosa, con inclusi piccoli frammenti di pietra.
Gli inumati non presentavano alcun tipo di corredo, poiché si sono rinvenuti solo pochi frammenti di legno e chiodi, forse attribuibili ad una copertura lignea, e frammenti di tessuto scuro e spesso, oltre ad alcuni bottoni rivestiti in tessuto, relativi all’abbigliamento.

La mancanza di materiali datanti non consente di precisare l’epoca di sepoltura, né per la tomba 1, né per la tomba 2, tuttavia il confronto con le fonti consente di riconoscere in questa posizione la sepoltura dei parroci, così come si ricava dalla rela del 1803 di Don Giovanni Bianchi, conservata nell’Archivio parrocchiale.
Nell’area corrispondente alla navata si concentrano la gran parte delle tombe, che presentano varie tipologie e orientamenti: la tomba 3 scavata nella roccia e simile alla tomba 2, la tomba 4, una cassa lignea alloggiata in uno scasso appositamente creato al centro della chiesa, la tomba 6 e la 7, due ossari. Numerosissimi frammenti lignei sparsi sulla roccia, forse relativi a tavole per la sepoltura, si trovavano concentrati nello spazio compreso fra la tomba 4, la tomba 6 e la tomba 7.
La tomba 3 è costituita da uno scasso rettangolare nella roccia orientato nord-sud. Le pareti sono rialzate con 2-3 corsi di pietre tagliate in modo abbastanza regolare a simulare laterizi. Al momento dello scavo non presentava copertura. All’interno sono stati rinvenuti crani e ossa lunghe pertinenti ad almeno 10 individui, oltre che ad un numero non precisabile di infanti. Si tratta dunque di una sepoltura multipla, relativa forse ad un gruppo sociale o famigliare della zona. Dato l’esiguo spazio e la poca profondità, i corpi appaiono sovrapposti, tuttavia la posizione di alcuni crani, così come lo schiacciamento delle ossa lungo le pareti testimoniano che le sepolture si sono susseguite nel tempo, creando di volta in volta un po’ di spazio all’interno della tomba. La presenza di numerose larve all’interno dei crani testimonia che la decomposizione è avvenuta in ambiente aperto: forse i corpi sono stati esposti post mortem oppure la sepoltura lasciava in ogni caso circolare aria all’interno della tomba. Il fondo della fossa era costituito da un impasto di calce bianca, friabile e porosa, con inclusi piccoli frammenti di pietra.

Sono stati rinvenuti frammenti di legno e chiodi, attribuibili forse ad una copertura lignea, e frammenti di tessuto scuro e bottoni. Inoltre, alcuni individui presentavano le ossa lunghe fermate da lacci di tessuto scuro, destinati a tenere composti gli arti. Tra i materiali rinvenuti vi sono oggetti devozionali quali un crocefisso, parte di una corona da rosario e una medaglietta purtroppo illeggibile. Tuttavia l’oggetto più interessante è sicuramente un anello in lega di stile architettonico, il cui disegno riprende gli stilemi dell’oreficeria più in voga nel pieno Rinascimento. L’uso di leghe metalliche piuttosto che di metalli nobili è da ricercarsi forse nella committenza certamente non elevata. La sua datazione al pieno XVI secolo costituisce un termine post quem per la datazione delle sepolture di questa tomba.
Nei pressi della tomba 3 è collocata la tomba 4, forse la sepoltura più enigmatica fra le tombe di superficie: essa, infatti, è disposta in direzione est-ovest e consiste in una cassa lignea posizionata in uno scasso della roccia appositamente realizzato: il lato breve ovest è tagliato nella roccia con forma semicircolare, come fosse una nicchia, mentre il lato breve a est è costituito da un piccolo muro di contenimento formato da 3 corsi di pietra tagliati in modo abbastanza regolare a simulare laterizi.

La cassa è realizzata con tavole di legno tenute insieme da chiodi e al momento dello scavo presentava ancora parte della copertura sprofondata all’interno a causa del peso della pavimentazione soprastante. La cassa non è stata rimossa e la puli della parte superiore ha permesso di constatare che vi sono sepolti almeno tre individui, tuttavia le probabili sistemazioni della chiesa non hanno consentito la conservazione in buono stato delle ossa, che risultano parzialmente disarticolate e, in alcuni casi, fuoriuscite dalla cassa.
Poco distante, in direzione dell’entrata, si colloca la tomba 7: essa è in realtà la scalinata di accesso ad un ambiente sotterraneo, dalla quale si sono ricavati più livelli sovrapposti di sepoltura: gli individui (almeno undici, oltre ad un numero non precisabile di lattanti) sono stati collocati in posizione rannicchiata. La tomba è stata riutilizzata per diverso tempo, come dimostrano le ossa spostate verso i gradini per far posto a nuovi defunti. Il livello più superficiale, che, come per le tombe viste in precedenza, non aveva copertura, presentava ossa non sempre in connessione e probabilmente è stato rimaneggiato, forse in concomitanza con qualche risistema della pavimentazione della chiesa.
Insieme alle ossa, la tomba ha restituito anche il materiale più vario: oltre a frammenti di legno e chiodi, relativi, come negli altri casi, alla possibile presenza di coperture o tavole su cui appoggiare gli inumati, e frammenti di tessuto scuro relativi all’abbigliamento, vi sono anche frammenti di vetro, e oggetti devozionali quali un crocifisso, grani da rosario e tre medagliette. Sono state inoltre recuperate due monete, una è illeggibile, l’altra è un quattrino di Mirandola, databile agli ultimi anni del XVI secolo. Il ritrovamento del cranio di un roditore induce a ritenere che il vano scala, sebbene colmato per farne un ossario, fosse comunque non completamente chiuso su ogni lato.
Adiacente alla 7 è collocata la tomba 6: essa probabilmente sfrutta un anfratto naturale della roccia proprio sotto la scala ormai crollata. Il muretto divisorio fra la tomba 7 e la 6 è realizzato sovrapponendo alcuni corsi di pietre tagliate in modo molto irregolare al gradino più alto del vano scala. In generale, l’aspetto di questa struttura appare molto meno curato rispetto a quelle fino ad ora esaminate, e anche le ossa all’interno appaiono disposte in maniera più disorganica. Sono emerse ossa pertinenti a diversi inumati e lacci ancora in posizione intorno alle ossa.
L’ambiente sotterraneo introdotto dalla scala individuata nella tomba 7, già par indagato nella campagna del 2009, è stato integralmente scavato nella campagna 2010-2011: esso occupa un superficie molto estesa lungo il perimetrale est della chiesa, è di forma rettangolare, con i lati brevi in direzione nord-sud, e aveva una copertura con volta a botte, come dimostrano le imposte dell’arco ancora ben visibili. L’ambiente fu creato utilizzando il naturale declivio della roccia. Esso si presentava completamente colmato con materiale di scarto, nella parte superficiale, con grossi blocchi di pietra e al di sotto con materiale più fine, ma sempre incoerente. A partire da 1,40 m sotto il pavimento attuale lo scavo è stato condotto a mano, poiché sono emersi sempre più numerosi individui parzialmente mummificati, coperti da sacchi di iuta, completamente adesi l’uno all’altro. Per la particolare natura del ritrovamento, al fine di non danneggiare gli individui, si è proceduto trattando come una U.S. l’ammasso dei corpi mummificati, e quindi prima togliendo totalmente il riempimento dell’ambiente, poi procedendo a districare le sepolture.
Il lavoro lungo e paziente ha consentito di individuare almeno cinque momenti di sepoltura, legati alle diverse fasi e modalità di utilizzo dell’ambiente sotterraneo.
I più antichi sono gli individui di U.S. 28, non ben conservati, collocati negli anfratti rocciosi del pavimento dell’ambiente, sfruttando ogni spazio disponibile. Dal terreno di riempimento provengono alcuni frammenti di ceramica (maiolica arcaica e un frammento di graffita arcaica padana, databile dalla seconda metà del XV alla prima metà del XVI sec.), e una medaglietta illeggibile. A questo livello è ascrivile anche la tomba 5: essa è collocata nell’angolo sud-orientale, nello spazio fra lo sperone roccioso e il perimetrale est. La pulizia ha permesso di individuare ossa pertinenti ad almeno due individui, un adulto e un bambino, molti frammenti di stoffa e una medaglietta. Tuttavia il rinvenimento più interessante è senz’altro un anello in lega, con gambo centralmente costolato, raccordato con elemento circolare che fungeva probabilmente da base/castone ad una pietra dura tagliata a cabochon. Lo stile piuttosto comune non permette una datazione precisa, anche se raffronti con l’iconografia profana individua il massimo sviluppo di questo modello nella fine del XV-inizi XVI secolo.
U.S. 28 venne coperto da uno strato di terreno di riporto, spesso non più di 3-4 cm (U.S. 27), della stessa composizione del precedente (terreno fortemente organico, a matrice argilloso-calcarea, di colore marrone-nero, con inclusi frammenti di calce, frammenti di ossa). Al di sopra di questo strato, trovarono posto altri inumati (U.S. 26), deposti nella parte centrale della stanza in strati sovrapposti, dentro sacchi, come dimostrano i frammenti di tessuto rinvenuti. Questi individui, a causa dello schiacciamento dovuto al peso degli strati superiori, non si presentano in buono stato di conservazione, tuttavia la posizione ben distribuita nello spazio potrebbe far supporre che ancora in questo momento era possibile un comodo accesso all’ambiente. Tali sepolture sono coperte da 3-4 cm di piccoli frammenti rocciosi (U.S. 25), forse un terreno di riporto che isolò questo livello deposizionale da quello superiore, identificato come U.S. 23 e riconoscibile dal fatto che i corpi appaiono accatastati fino a formare una piramide (fig. 2): tale situazione fa dunque ritenere che in questa fase la deposizione avvenisse da una botola posta a circa metà del lato ovest dell’ambiente, in corrispondenza del culmine dei corpi (fig. 3).
In seguito, l’ambiente voltato venne colmato con pietrisco fine (U.S. 24) e, nella parte alta, con grossi massi (U.S. 22). Ciò avvenne quando i corpi erano già mummificati poiché i più superficiali non presentano gravi segni di compressione.


Le ipotesi sullo sviluppo del complesso

L’analisi intergrata dei dati di scavo e delle murature consente già di fare alcune ipotesi sull’evoluzione del complesso e sulle fasi deposizionali all’interno dell’ambiente voltato.

Fase 1. La Roccia al pelago

La funzione militare di un nucleo di edifici collocati sulla cima di Roccapelago è documentata dalla Cronica di Giovanni Sercambi, cronista dell’esercito lucchese che assediò la località nel 1393. Tra gli edifici vi era anche una torre con funzione residenziale, collocata presso il dirupo a est della cima. Essa è da identificare con il corpo centrale della chiesa (fig. 4), poiché gli antichi limiti dei muri perimetrali sono individuabili almeno su tre lati: all’esterno, lungo la parete est sono visibili i conci angolari (fig. 5); i perimetrali nord e sud invece sono stati rinvenuti all’inter della chiesa, appena sotto il pavimento moderno, il limite verso ovest potrebbe coincidere con la parte centrale del perimetrale ovest della chiesa attuale, poiché presenta le stesse caratteristiche di quello a est. Inoltre, la lunga esposizione fuori terra del perimetrale nord è dimostrata dalla presenza di vegetazione infestante.
La torre si impostava sulla roccia, coperta alla base da una muratura a scarpa. Il piano più basso al momento conosciuto era costituito dall’ambiente rettangolare rinvenuto nello scavo, orientato nord-sud, e probabilmente adibito a cannoniera, come si evince dalle due finestre-feritoie poste a quote diverse (fig. 6): quella a sud, che all’esterno si presenta come una feritoia lunga e stretta, presenta una stromba assai pronunciata, adatta a muovere dall’interno una bombarda; quella a nord si imposta più in basso e presenta forma quadrangolare e una strombatura meno accentuata. Al di sopra di quest’ultima, è presente una risarcitura, le cui dimensio sembrano compatibili con la cannoniera a toppa rovesciata, rinvenuta integra (mirino in alto e foro circolare per inserimento della bombarda sotto) murata nel campanile adiacente la chiesa (fig. 5).



Più in alto sono tuttora visibili altre due finestre che sembrano in fase con la mu e che forse appartenevano ai piani residenziali della torre.
A questo ambiente si accedeva tramite una scala in pietra (poi divenuta tomba 7): nello scavo sono stati rinvenuti integri gli ultimi sette gradini, formati ciascuno da due blocchi di pietra ben squadrati. La muratura delle pareti è curata e presenta blocchi legati con malta. Sulle pareti in corrispondenza dell’ultimo gradino scavato sono presenti due elementi metallici infissi, dall’aspetto simile a cardini, la cui funzione non è ben chiara, forse destinati a sostenere qualche elemento verticale che poteva venirvi infisso.
La sala aveva forse un pavimento posto a quote differenti, come farebbe supporre la diversa altezza delle finestre e la diversa quota della roccia che costituisce il piano di calpestio.
Non possiamo stabilire con certezza la datazione di questo ambiente, tuttavia la forma e il tipo di aperture potrebbero essere compatibili con una fase trecentesca.


Fase 2. Trasformazioni della rocca

In un momento successivo all’edificazione del corpo di fabbrica, venne realizzato il circuito murario lungo il lato est, prolungando il perimetrale est dell’edificio stesso. Tale perimetro è ancora visibile all’esterno, poiché fu inglobato successivamente nel muro dell’attuale chiesa (fig. 4).

Fase 3. L’insediamento della chiesa

Una volta che la rocca ebbe perso la sua funzione militare e fu abbandonata, nel corpo di fabbrica con funzione residenziale si insediò una chiesa. Sebbene non siano purtroppo ancora emersi documenti in merito, è possibile che i lavori siano iniziati intorno al 1582, proseguendo assai lentamente, se si considera che vent’anni dopo, nel 1603 furono terminati il coro, l’altar maggiore e i due laterali posti in fondo alla navata.
Il primo edificio religioso sfruttò i perimetrali del corpo di fabbrica preesistente. La chiesa venne orientata liturgicamente e venne realizzato un ingresso monumentale


a ovest (dove ancora è visibile lo stipite sinistro del portale e l’imposta dell’arco a ogiva), la cui soglia è posta a circa 1,20 m sopra l’attuale quota di ingresso. In questa sistemazione, la cannoniera si venne a trovare sotto la zona dell’altare e fu sfruttata apportando qualche modifica: salvaguardando l’apertura delle finestre i lati est e ovest furono “rivestiti” da un muro terminante con volta a botte, realizzata in pietra tagliata in blocchi lunghi e stretti e legati da una malta di calce assai tenace.
Nel muro ovest fu ricavata una nicchia e venne realizzata una pavimentazione che pareggiò la quota del piano di calpestio. Dai residui rinvenuti lungo i muri perimetrali sembra che fosse costituita da semplice malta di calce pressata, nel cui impasto è mescolata rara ghiaia molto fine. L’utilizzo per un certo tempo come cripta sembra poter trovare conferma nel pesante annerimento della parete ovest, probabilmente dovuto al fumo di lampade o candele. L’ingresso alla cripta continuò forse a sfruttare l’antica scala d’accesso.
A questa prima fase della chiesa potrebbe essere ascritta la sepoltura denominata tomba 4 (fig. 7): essa è in posizione perfettamente centrale rispetto all’impianto della chiesa ed è posta davanti al presbiterio. Per realizzarla è stata appositamente scavata una nicchia nella roccia. Purtroppo non sappiamo chi potesse esservi sepolto, perché lo scavo ha messo in luce una cassa lignea con resti scheletrici rimaneggiati e appartenenti ad almeno tre individui adulti.

Fase 4. Modifiche al primitivo impianto della chiesa

Non abbiamo nessuna testimonianza di lavori svolti nel XVII secolo, tuttavia è possibile che in seguito al forte terremoto del 1624 ve ne siano stati. In questa occasione o poco tempo dopo, la cripta cambiò nuovamente destinazione d’uso e fu utilizzata come cimitero coperto: l’antica scala fu chiusa con un muretto nella parte bassa e fu utilizzata per seppellirvi (tomba 7): da qui proviene anche un quat della zecca di Mirandola, databile agli ultimi anni del XVI secolo, e dunque utilizzabile come termine post quem.
Il pavimento della cripta fu smantellato e fu aperto un ingresso a nord. A questa fase risalgono le prime sepolture: la tomba 5 (angolo sud-est, fig. 1), già individuata nella campagna del 2009 e gli scheletri rinvenuti negli anfratti rocciosi e coperti con poca terra (U.S. 28).
In seguito i corpi furono deposti dentro sacchi l’uno sull’altro: in diverse fasi, ma sempre utilizzando la porta di accesso posta a nord (U.S. 26, tomba 9, tomba 10). Di estremo interesse sono la tomba 9 e la 10 (fig. 1), le ultime realizzate accedendo dal basso: la prima è costituita da sepolture perinatali, che giacciono al di sotto degli arti inferiori di un gruppo di adulti, posti a semicerchio, con le teste rivolte ad ovest. Sopra le loro gambe, quasi di traverso, giace una giovane donna morta in gravidanza (sono state rinvenute le ossa fetali all’altezza del grembo). La tomba 10 è invece un ossario infantile: vi sono state raccolte tutte ossa di infanti, ma fra queste si trovano anche ossa di adulti, sopratutto falangi, probabilmente confuse con ossa infantili a causa delle ridotte dimensioni.

Fase 5. Allungamento della chiesa

Restauri sono documentati nel 1728 forse in seguito ad una scossa di terremoto e un’altra forte scossa si verificò nel 1741, comportando presumibilmente nuovi lavori.
Non sappiamo in quale di queste date fu realizzato l’allungamento della chiesa che portò l’edificio all’attuale estensione, tuttavia è certo che accadde nel XVIII secolo, poiché Don Bianchi, che fu parroco tra il 1765 e il 1815 afferma che la chiesa è lunga 28 braccia e larga 17 cioè 17 m di lunghezza e 10 m circa di larghezza, ovvero all’incirca come ora.
Con l’allungamento, vennero colmati gli spazi aperti a nord e sud del primitivo edificio, ciò comportò la chiusura dell’ingresso nord all’ambiente voltato, che conò ad essere utilizzato, ma calando i defunti dall’alto, usando un’apertura posta a circa metà del lato ovest dell’ambiente, poiché i corpi di U.S. 23, la più recente, appaiono accatastati fino a formare una piramide, il cui culmine è posto a 1,20 m circa dalla parete ovest della cripta. È anche plausibile ritenere che tale cambiamento sia stato indotto dai danni provocati dai terremoti, come farebbe supporre la profonda crepa visibile nella parte sud, tale da far forse crollare la volta e da far cambiare le modalità di accesso all’ambiente sotterraneo.


In ogni caso, l’ampliamento comportò anche il cambio di orientamento della chiesa: l’ingresso fu posto a nord e la zona absidale a sud. Vennero probabilmente create le tombe 2, 3, 6 (fig. 1).
La zona d’ingresso alla chiesa attuale fu realizzata spogliando il muro trasversale della primitiva chiesa e colmando con materiale di riporto fino alla quota attuale. Fu così possibile realizzare la tomba 8, addossandola al perimetrale est del nuovo edificio (U.S.M. 22,) e al perimetrale nord di quello antico (U.S.M. 15) mentre furono costruiti ex novo U.S.M. 24 e U.S.M. 25, che presentano ciottoli sagomati in modo molto approssimativo, legati con malta assai tenace.
L’accesso nord all’ambiente voltato, ormai tamponato, rimase nascosto all’interno della tomba 8, un ossario (fig. 8).
Dal riempimento della zona antistante il nuovo ingresso provengono alcuni fram di ceramica: si tratta di due frammenti appartenenti ad una forma aperta, probabilmente una ciotola, ingobbiata graffita dipinta sotto vetrina, che presenta impasto rosso mattone con rari inclusi e fissurazioni. La ciotola era decorata con elementi astratti lineari concentrici sull’asse di tornitura, il piccolo labbro terminava con un’ombreggiatura in verde ramina, mentre per il corpo era utilizzato il giallo ferraccia, il verso era anch’esso ingobbiato fino a circa il 50% dell’altezza totale, l’invetriatura risparmiava il piede cilindrico. Altri cinque frammenti appar ad un altro contenitore aperto, ingobbiato graffito dipinto sotto vetrina, con campiture a fondo ribassato rappresentanti un intreccio vegetale, cavo svasato decorato con elementi figurativi fitomorfi, delimitati sugli strutturali fondamentali da linee e dipinture giallo ocra e verde ramina. Il verso era completamente ingobbiato,  compreso il piede, complanare alla sezione della ciottola. Tutti i frammenti potrebbero essere ascrivibili alla ceramica graffita arcaica padana tardiva, e databili al pieno XVI secolo.
Le sepolture in chiesa cessarono nel 1786, allorché è testimoniata la creazione del cimitero ancora esistente a sud dell’abside della chiesa attuale.

Fase 6. Abbassamento di quota e ultime modifiche strutturali

Nel 1858 è documentato un ampliamento voluto dal parroco, durante il quale venne abbassato il pavimento (probabilmente alla quota attuale) e contemporaneamente riempite le stanze sottostanti. Il riempimento in tempi così recenti è compatibile con quanto riscontrato nello scavo: infatti l’ambiente voltato è risultato colmato con grossi massi (US 22) e al di sotto con pietrisco fine (US 24, ma ciò avvenne quando i corpi erano già mummificati poiché i più superficiali non presentano gravi segni di compressione.
La chiesa fu ristrutturata ancora nel 1925 a seguito del terremoto del 7 settembre del 1920. A questi lavori e ad altri successivi risalgono i numerosi frammenti di carta rinvenuti nella setacciatura del riempimento.

I materiali

Pur trattandosi di una comunità di montagna, che viveva delle limitate risorse del territorio, gli abitanti di Roccapelago nel loro ultimo viaggio erano forniti di un essenziale ma completo corredo devozionale, come dimostrano le decine di meda votive recuperate, la gran parte in bronzo, molte con apicagnolo fisso, le più modeste con foro ricavato nel tondo, spesso appuntate agli abiti con spilli, rinvenuti in gran numero, i crocefissi in legno e metallo, i numerosissimi grani di rosario di forma, dimensioni e materiale vario. Si è rinvenuta un solo esempio di lettera di affidamento e una pezza in stoffa con la Madonna di Loreto a stampa, con la stessa funzione delle medaglie.
Tranne poche eccezioni, come Sant’Oronzo di Lecce, le medaglie, sia nelle tombe di superficie sia in quelle dell’ambiente voltato, presentano temi ricorrenti: Madonna di Loreto, Madonna dei sette dolori, S. Emidio vescovo di Ascoli, poi S. Domenico, il domenicano S. Vincenzo Ferrer, la porta santa, S. Francesco e il francescano S. Antonio di Padova col bambino, il monogramma di S. Bernardino da Siena (anche lui francescano). I flussi devozionali sembrano portare verso il centro Italia, in particolare Marche, Umbria e Toscana. Particolarmente interessante è il culto di Sant’Emidio invocato contro i terremoti, che di frequente in passato hanno colpito l’alta valle del Frignano, e il culto della Vergine dei sette dolori, rappresentata con sette spade conficcate nel cuore. Il culto, particolarmente caro ai Servi di Maria era molto diffuso in Romagna dove numerose erano le comunità di Serviti. La medaglia potrebbe anche essere indice di seriorità degli individui che la portavano poiché sebbene il culto risalga al XVII secolo, la festa venne istituzionalizzata da papa Innocenzo XI solo nel 1688.
Molte defunte avevano indosso semplici gioielli che evidentemente portavano anche in vita: fedi nuziali, anelli con pietre, orecchini.
Rarissime invece le monete e numericamente modesti anche i frammenti di ceramica.
Tra i materiali più frequenti vi sono i lacci per tenere composti i corpi.
L’abbigliamento è in gran parte costituito da semplici tuniche legate con un pun tra le gambe per evitare che scivolassero su. I corpi poi venivano messi dentro sacchi di iuta o tela, con la testa verso il fondo e legati con lacci o con un punto, per stringere l’apertura. Quasi tutti portavano pesanti calze di lana. Alcuni abiti femminili più elaborati presentano uno scavo quadrato del decolleté, decorato con un semplice pizzo e maniche fermate da un polsino con bottoncino. Vi sono anche alcune camicie allacciate sul petto con cordini o bottoncini.
Il copricapo più frequente è la cuffietta a calotta, sia da donna sia da bambino.

B.V.

Dati antropologici preliminari rilevati sul campione osteologico di Roccapelago

Il potente strato di corpi, strettamente adesi tra loro in una sequenza diacronica probabilmente protratta nel tempo presentava alcuni aspetti peculiari degni di interesse: gli inumati più profondi, pertinenti alla U.S. 28, furono deposti sfruttando le asperità rocciose del massiccio sottostante la fabbrica della chiesa, affiorante sotto al piano di calpestio, nonostante la corruzione dei resti e i danni inferti dalle deposizioni successive, era ancora riconoscibile la giacitura primaria dei cadaveri (persistenza di articolazioni labili quali il tratto cervicale della colonna vertebrale, temporo mandibolari ecc.), spesso in decubito laterale, ma anche prone e supine. La decomposizione è avvenuta in spazio pieno, lo dimostrano diverse sezioni in disequilibrio trovate ancora in posizione originale, quali parti del costato e arti temporo mandibolari, i corpi probabilmente furono sepolti ed inglobati dalla matrice dello strato terroso U.S. 28. Per caratteristica deposizionale, si sono malamente conservati elementi accessori al corpo, rari gli indumenti, rarissimi i sacchi usati a guisa di sudario. Successivamente, è continuata la pratica di deporre i corpi nell’ambiente, ma in questo caso le deposizioni sono avvenute senza soluzione di continuità (U.S. 26 e U.S. 23), come dimostrano i tessuti dei sudari e degli indumenti completamente adesi tra loro, quasi incollati dall’imbibimento dei fluidi della decomposizione, riconoscibili grazie alle numerose macchie ancora visibili e in assenza di diaframmi terragni di separazione. La tipologia di deposizione anche in questo caso è primaria, oppure primaria rimaneggiata antropicamente dalle successive sepolture, mentre la decomposizione in questo caso è avvenuta in spazio vuoto (rotolamento del cinto pelvico, scivolamento della patella, verticalizzazione scapolare, traslazione mandibolare, ecc., presenza di fauna cadaverica in alcuni casi mummificata tra i corpi, deceduta forse per i miasmi tossici generati dalla decomposizione, numerosissimi pupari di ditteri esterni ed interni ai distretti scheletrici), senza il rispetto di particolari allineamenti nella giacitura. Il particolare microclima creatosi all’interno della camera di deposizione, favorito dalle due aperture indivi elementi di abbigliamento o sacchi-sudario che avvolgevano i corpi.
Sono state individuate alcune forme di pietas attestanti una premurosa cura del defunto da parte dei propri cari: la composizione del cadavere prevedeva mani  intrecciate sull’addome o in atto di preghiera (fig. 9),


i corpi venivano adornati da monili quali anelli nuziali, gli abiti erano curati ed impreziositi da sobri pizzi e piccole panneggiature ai polsi, non venivano tralasciati elementi di decoro come le bende che fasciavano la mandibola per evitare lo spalancamento della bocca, cuciture degli abiti applicate per mantenere uniti gli arti, in un caso si è osservata inoltre la persistenza di un bendaggio cranico a scopo medicamentoso, indossato anche in vita dall’individuo a causa di un’infezione forse generatasi in seguito ad un probabile traumatismo, elementi beneauguranti e di protezione quali medagliette, crocifissi, fino ad arrivare ad elementi cartacei con chiaro intento dedicatorio ed affidatorio del defunto. Alcuni inumati si presentavano accessoriati da cuffiette, pettini e spilloni eburnei per capelli, con acconciature elaborate come trecce raccolte e chignon.
Già ad una osservazione diretta del campo archeologico è stato possibile reperire indicatori riconducibili ad anomalie congenite. Tra le displasie scheletriche eredi repertate, sono stati individuati rari casi di perforazione del corpo dello sterno con il tipico foro a tutto spessore, conseguenza del passaggio, durante le fasi vitali uterine, di un fascicolo vascolare interpretabile come marker osseo di un’anomalia vascolare congenita. Si è inoltre osservato almeno un caso di spina bifida occulta sacrale inferiore incompleta, con i caratteristici archi vertebrali sacrali incompleti. Afferenti alle caratteristiche epigenetiche sono stati osservati e repertati numerosi casi di mancata sinostosi metopica con prolungamento totale della sutura sagittale (fig. 10).


La sutura che solitamente si salda in età precoce e comunque entro il secondo anno di vita, è un’anomalia scheletrica che ha scarsa o nulla rilevanza sintomatologica con un’incidenza percentuale che non supera il 10% sulla popolazione campione, con carattere di dominanza sulla trasmissione genitore-figlio. Riguardo alla classificazione riconducibile ai markers occupazionali ed alle entesopatie da stress, variegati e numerosi sono stati i reperti recuperati, alcune esemplificazioni le troviamo nel carattere discontinuo non metrico del forame omerale settato, gene prodotto da ipersollecitazioni in vita dei tendini coinvolti nel movimento, soprattutto a carico dell’articolazione con l’ulna; il forame trasversale settato su scapola, carattere discontinuo non metrico che si individua sull’incisura del margine superiore della scapola, che si presenta come un forame dovuto alla calcificazione del legamento sotteso fra i bordi dell’incisura; la calcificazione è un chiaro segno della sollecitazione meccanica in vita di quel legamento. Numerose le entesopatie, significative alterazioni a livello delle inserzioni muscolo scheletriche sviluppate in risposta ad attività lavorative osservate a carico di omeri, femori, tibie, fibule,  clavicole, mandibola. In rari casi si sono osservati segni evidenti di parto difficile, evidenti nelle fosse retro-pubiche (fig. 11).


Per quanto concerne l’esito di traumatismi subiti in vita, si è riconosciuto un caso di depressione del tavolato cranico, prodotto da traumatismo diretto sull’individuo in vita: la lesione, lontana dal momento della morte, si è perfettamente rimodellata assumendo la caratteristica fisionomia crateriforme del tavolato rinsaldato.
Per casistica forse attribuibile alla lesività antropica volontaria, almeno due evidenze craniche ne dimostrano la presenza, si tratta di frattura a stampo dell’intero spessore del tavolato (fig. 12)



inferte peri-mortem, è infatti chiaramente individuabile la caratteristica elasticità della depressione, tipica della reazione dell’osso fresco e non a dry bone: probabilmente è stata la causa del decesso, avvenuto però non istantaneamente. Una singolarità è venuta alla luce: si è infatti osservato un caso di trapanazione cranica a carico dell’occipitale per bulinaggio dello strumento, probabilmente con finalità mediche: le tracce di cicatrizzazione ossea suggeriscono la sopravvivenza dell’individuo alla pratica subita. Sia la tecnica che la sede depongono piuttosto chiaramente per un intervento di tipo chirurgico, il punto prescelto per l’intervento, circa 3 cm al di sopra della protuberanza occipitale esterna ed a circa 2 cm lateralmente dalla linea mediana, appare ancora oggi nella letteratura neurochirurgica come uno dei punti di elezione per questa pratica.
Per quanto riguarda la casistica delle infezioni aspecifiche, sono stati osservati numerosi casi di periostite tibiale con interessamento della fibula, dal caratteristico aspetto porotico e spugnoso: in questo caso l’infezione assume anche valenza di marker occupazionale, essendo associabile a forti sollecitazioni della gamba forse da sovraccarico o da deambulazione in discesa. Un secondo stadio infettivo è rappresentato dall’osteomielite, anch’essa infezione aspecifica, ma più grave della periostite: ne è stato evidenziato al momento un unico campione; l’osso è di consistenza leggera, aspetto rigonfio, prurigginoso e coralliforme, alternato a deposizione ossea di neo più o meno maturo con le tipiche cloache di drenaggio.
Alcune sezioni di colonna erano affette da spondilite anchilosante, con il caratte aspetto a canna di bamboo, dovuta alla fusione vertebrale con perdita degli spazi intervertebrali e conseguente invalidità.
Numerosi casi di ernia di Schmörl, secondarie all’invaginazione del corpo vertebrale per severa sollecitazione della colonna vertebrale, associabile soprattutto al sollevamento e caricamento pesi.
Individuati rari casi di eburneazione (fig. 13) a carico del grande trocantere per cause primarie, come la consunzione della capsula coxofemorale con perdita totale della cartilagine e conseguente sfregamento delle due estremità ossee, e un caso di eburneazione secondaria dovuta a gravissima deformità anatomica del femore.
Rare tracce a livello rachidiale suggeriscono il risultato dell’esposizione, in età giovanile della colonna vertebrale a sovraccarichi funzionali, il corpo vertebrale in questo caso appare schiacciato, con perdita del parallelismo delle facce articolari.

Infine numerosissimi casi di osteofitosi vertebrale, a testimonianza dell’estensione anagrafica del campione esaminato, vista l’estrema frequenza con cui questo quadro degenerativo colpisce gli individui di oltre 50 anni di età.
Un veloce survey autoptico sulle evidenze odontostomatologiche ha rilevato vari gradi di carie (fig. 14) anche perforante e/o infiltrante, diversi livelli di usura dentale a carico di tutti i distretti del dente. Numerosi i casi di riassorbimento alveolare parziale o totale. La perdita precoce dei denti, probabilmente per carie infiltrante e conseguente infezione batterica con perdita dell’elemento, ha determinato in diversi casi il riassorbimento e assottigliamento del segmento osseo sottostante.

Il campione antropologico disponibile, analizzato preliminarmente, rappresenta una chiara evidenza statistica degli antichi abitanti del territorio: non si è davanti a un luogo di sepoltura canonicamente dedicato a specificità demiche quali i grandi cimiteri abbaziali o monastici, non rappresentativi della collettività, bensì l’etero campionatura individuata, bilanciata tra sesso femminile e maschile e distesa su tutte le fasce di età, unitamente all’eccezionale stato di conservazione, fornisce una vera e propria finestra sugli usi, i modi, le malattie e la morte degli abitanti di Roccapelago.
Le deposizioni risultano comunque molto disordinate perché non regimentate da limiti fossori significativi; è ipotizzabile una prima fase di fruizione della camera di sepoltura con accesso diretto, per la quale è appunto attribuibile la composizione di alcune salme come poco fa descritto; secondariamente la fruizione dell’ambiente deve essere avvenuta da un’apertura nel soffitto (il piano di calpestio della moderna chiesa): in questo caso i corpi venivano probabilmente calati, si spiegherebbe quindi il grave disordine delle salme, alcune delle quali presentavano posture assolutamente singolari (supinazione completa del corpo con inarcamento spinale e ribaltamento a livello cranio-caudale delle braccia, scivolamento laterale della salma sullo strato dei cadaveri, fino a fissarsi in alcuni casi a circa 60° sulla linea cranio-caudale rispetto al piano di calpestio, posizione seduta delle gambe sempre dovuta alla precipitazione dei distretti periferici ancora freschi) che la parziale mummificazione di alcuni tessuti e l’abbigliamento hanno conservato. La botola di servizio era probabilmente in prossimità della cuspide generatasi dall’accatastamento dei corpi.
È bene sottolineare che non si sono osservati elementi probanti in favore di una deposizione per precipitazione violenta (fratture post mortem, dislocazioni secondarie degli inumati precedenti, rotolamenti significativi del cranio scheletrizzato). In generale
è sempre possibile riconoscere un preciso intento di chi ha deposto il defunto, chiaramente volto alla compassione verso l’aspetto funerario: i corpi, al di là della corruzione del peso sviluppatosi nel tempo, ricevevano cure che ne garantivano la compostezza formale, il decoro e spesso non si trascurava il vezzo estetico che forse era lo specchio della vita terrena del defunto. Le numerose testimonianze devozionali quali medagliette, piccoli frammenti cartacei con finalità affidatorie, crocifissi e rosari inframezzati agli strati deposizionali, definiscono chiaramente che ci troviamo di fronte ad un luogo di sepoltura a cui gli abitanti di Roccapelago si votavano nella certezza di affidare il proprio caro alla cura divina. L’analisi preliminare sul campo, con tutti i limiti del caso, ha proficuamente riscontrato come dalle varie U.U.S.S. ci sia una trasmissione pressoché diretta di alcuni caratteri epigenetici e discontinui (mancata sinostosi metopica, perforazione sternale, l’anomalia della faccetta astragalo-calcaneare in due segmenti su un nutrito numero di inumati che tra i caratteri non metrici è quello più indicativo di correlazione genetica, ecc.) che suggeriscono il quadro di un luogo di sepoltura di una comunità chiusa, un isolato genetico forse che ha sfruttato l’ambiente a lungo per questa funzione. L’osservazione dei markers occupazionali ha invece permesso di delineare brani di vita quotidiana, certamente non facile, che vedevano gli abitanti (con predominanza maschile sul campione attivo lavorativamente) impegnati in attività che richiedevano il sollevamento di pesi anche oltre le spalle, quali potevano essere attività boschive per la raccolta del legname, lavorazione lapidea per costruzione, attività legate alla macellazione di cacciagione voluminosa (numerosissimi esempi di forame omerale settato e forame trasversale settato scapolare, irregolarità, rugosità, superficie rimodellata, rilievi, solchi sulle aree di attacco dei muscoli e dei legamenti sull’osso), così come le numerose tracce di degenerazione a carico della colonna vertebrale. Diversi sono gli esempi di compressione del corpo vertebrale e numerosi i casi di ernie di Schmörl, anche dalla giovane età, che suggeriscono un impegno sistemico della popolazione attiva con carichi funzionali significativi; così come la presenza di esempi quali la facies lunata enlargment ci parlano di attività da svolgere accovacciati in posizione di squatting o a gambe flesse incrociate. L’adattamento all’ambiente montano, correlato ad attività deambulatorie lo si rileva chiaramente da frequenti esempi di periostite: la patologia risulta ben riconoscibile a livello tibiale e della fibula, dove può essere ingenerata da microtraumi o da stasi venosa. È possibile ipotizzare quindi un impegno gravoso a livello della deambulazione su percorsi non pianeggianti, in molti casi con la gamba scoperta o poco protetta. Bisogna comunque sottolineare che questi markers e indicatori occupazionali sembrano diluirsi con il passare degli anni, l’incidenza maggiore è infatti rilevabile sui reperti di U.S. 26 rispetto alla più salubre U.S. 23, questo a testimonianza di un miglioramento qualitativo dello stile di vita sul piano diacronico, rilevabile sugli items occupazionali presi in considerazione. Il miglioramento non ha però prodotto un aumento della statura media, è quindi considerabile un progresso dovuto a nuovi adattamenti funzionali e migliorate abitudini di vita e forse lavorativa, come l’impiego di strumentazione più efficace ed ergonomica, ma non significativamente legato a regimi alimentari maggiormente nutrienti che, probabilmente, rimasero stabili nel tempo. La presenza piuttosto diffusa di carie fa pensare ad un’alimentazione ricca di carboidrati, saltuariamente integrata da proteine animali, altro elemento che depone favorevolmente sul miglioramento occupazionale piuttosto che alimentare. L’indice di mortalità del campione rilevato indica in generale un equilibrio piuttosto solido tra individui maschili e femminili: circa il 60% degli inumati è rappresentato da adulti/maturi che superavano i 40 anni, la fascia d’età meno rappresentata è sicuramente quella produttiva (dall’adolescenza all’età adulta), con una lieve flessione negativa per il sesso femminile, su cui gravavano i rischi del parto; i bambini hanno un’alta rappresentatività entro l’anno di vita, la percentuale di decessi sembra poi diminuire. L’elevato numero di adulti in U.S. 26 e U.S. 23, relazionato al significativo campione di infanti in U.S. 34 e U.S. 36, trova una probante conferma in quanto registra don Giovanni Bianchi nel 1803, quando descrivendo i sepolcreti presenti entro la chiesa di Roccapelago, ci dice che uno era tra gli altari di San Rocco e Sant’Antonio, dove si deponevano gli adulti e uno di fianco all’altare di Sant’Antonio, dove si deponevano i pargoli; ancora oggi la sequenza degli altari sulla parete E della chiesa rispetto all’entrata, prevede Sant’Antonio da Padova e Carlo Borromeo, la Madonna Addolorata, San Rocco e San Pellegrino e infine la Madonna del Rosario, assetto che incornicia il volume di U.S. 26 e U.S. 23 tra Sant’Antonio e San Rocco appunto, mentre U.S. 34 e U.S. 36 si trovano di poco spostate rispetto all’altare di Sant’Antonio.
L’osservazione dell’età di morte ha rilevato un’alta presenza di decessi di individui di sesso femminile con età inferiore ai 25 anni (il 25% della presenza) nonché di feti, perinatali e infanti nel primo anno di vita (corrispondenti circa al 50%). La relazione tra questi due range di età induce a ritenere che buona parte della mortalità avvenisse in relazione al parto, in modo particolare a parti prematuri, così come lo svezzamento restava un periodo a rischio per la sopravvivenza. Soprattutto per quanto riguarda il dato osservato sui feti, è stato stimato che la nascita pretermine avveniva tra la 30esima e la 38esima settimana di vita intrauterina. L’eziologia più accreditata è generalmente quella infiammatoria-infettiva, la quale induce ad avere una anticipata contrazione dell’utero e generalmente è associata ad una sofferenza fetale del nascituro. I fattori coinvolti possono essere anche altri a partire dall’età della madre inferiore ai 20 anni o superiore ai 40 anni, gravidanze gemellari, distacco di placenta, sottopeso della madre, iposviluppo fetale, malformazioni dell’utero, stati di anemia. Il parto prematuro inoltre comporta un nascituro con sviluppo incompleto degli organi (polmoni, cuore, cervello, incapace di controllare la temperatura e di nutrirsi) influendo sull’adattamento della vita extrauterina, con il conseguente aumento del rischio di mortalità nel primo anno di vita, dato che trova conferma nei numerosi casi campionati nell’ambiente voltato.
Nel caso in oggetto le osservazioni fatte sullo stato di salute dei denti sono indicativi del generale stato di salute della comunità di Roccapelago. Il dato è rilevabile sul campione adulto in entrambi i sessi. Si può sostenere che la scarsità di cibo, insieme ad un generale stato igienico carente, abbiano inciso soprattutto sugli esiti delle gravidanze. Gli stati patologici, a carico dei denti anteriori e posteriori su mandibola e mascella, con carie deostruenti e parodontopatie, sono una presenza regolare del campione umano presente nell’ambiente voltato. Durante la gravidanza le gengive soffrono dell’aumento del volume di sangue e di liquidi interstiziali, in coerenza con la presenza della nuova vita, ed in seguito a questo tendono a sanguinare favorendo maggiormente il ristagno dei residui alimentari, con conseguenze ulteriori anche per i denti. Le alterazioni dei livelli ormonali possono provocare recessioni gengivali, aumento della mobilità dentale e piccole formazioni gengivali denominate granulomi piogeni o epulidi gravidiche.
Anche eventuali carenze vitaminiche A, B, C, PP, Ferro o sali minerali (che però al momento non trovano riscontri materiali sulla struttura ossea generale) possono causare alterazioni gengivali caratterizzate da infiammazione, gonfiore, ulcerazioni e sanguinamento. Dalle esperienze cliniche riscontrate tutt’oggi si è evidenzia che le malattie parodontali sono associate ad un aumentato rischio di nascita di bambini prematuri e/o sottopeso, tanto più il rischio era alto in passato. Oggi infatti sappiamo che alcuni processi infiammatori acuti della madre, possono svolgere un ruolo non secondario nella comparsa di alterazioni patologiche della gravidanza. Esistono delle ipotesi di correlazione tra parodontite ed eventi negativi associati alla gravidanza. Una si basa sulla possibilità che le donne con parodontite siano soggette a frequenti batteriemie. I batteri attivano una cascata di processi infiammatori a livello della placenta e del feto, con rischio di parto pre-termine e/o nascita di bambini sottopeso. Un’altra ipotesi si basa sul fatto che le parodontiti sono in grado di causare un aumento generalizzato di sostanze ad attività pro-infiammatoria che provocano alterazioni a carico della placenta e del feto. Con conseguente riduzione dell’incremento del peso corporeo del nascituro e lo sviluppo di contrazioni uterine premature, con rischio di parto pre-termine e/o di nascita di bambini sottopeso. Le difficoltà legate al parto sono inoltre testimoniate da identature sulla superficie posteriore del corpo del pube riconducibili ad alterazioni ossee dovute allo sforzo dei fasci muscolari che passano in stretto contatto con l’ischio, come il muscolo piccolo rotondo delle ovaie direttamente interessato.
La particolarità del ritrovamento avvenuto nella Chiesa della Conversione di San Paolo a Roccapelago, sta nel fatto che lo studio laboratoristico e strumentale sulle mummie potrà fornire conferme alla situazione rilevata on field, dimostrando quali siano state le effettive cause di queste morti bianche e delle probabili puerpere e, in generale, confutare o puntualizzare quanto preliminarmente ipotizzato durante le osservazioni svolte congiuntamente allo scavo archeologico, che hanno avuto come principale focus quello di evidenziare il potenziale informativo che il campione antropologico poteva fornire ed essere sviluppato in un progetto di ricerca più ampio e multidisciplinare.
                                                                                                                                                                                                                                        M.T., V.M.

I resti umani di Roccapelago: ricostruzione antropologica
di una comunità isolata dell’Appennino modenese

Il ritrovamento dei resti umani, in parte mummificati, di numerosi inumati, nella chiesa di Roccapelago (Mo), riveste un grande interesse scientifico, sia per le importanti conoscenze che esso potrà fornire per la ricostruzione della storia antropologica e bioculturale della piccola comunità vissuta nel passato in questa località, sia per indagare sui processi e sui meccanismi microevolutivi delle popolazioni umane e sul loro rapporto con l’ambiente e le risorse. Dai resti umani si possono infatti ottenere molte informazioni sulle caratteristiche biologiche e sulle vicende umane di individui vissuti nel passato. Essi conservano tracce del profilo biologico di ciascun individuo, che possono consentire di ricostruirne ad esempio l’aspetto somatico, il sesso, l’età di morte, fino anche all’identità genetica attraverso l’esame del DNA estratto dai resti. Allo stesso tempo sui resti scheletrici si possono individuare indicatori correlati con la dieta nonché segni riconducibili a malattie, a stati carenziali, all’attività fisica svolta o ad eventi traumatici che hanno colpito il soggetto nel corso della sua esistenza.
Le osservazioni preliminari finora eseguite sui materiali osteoarcheologici di Roccapelago preannunciano risultati di notevole interesse anche con riferimento alle particolari condizioni ambientali, di vita e di sussistenza nonché di isolamento geografico e bioculturale in cui è vissuta questa piccola comunità per secoli. Tutto ciò suggerisce di effettuare su di essi una ricerca sistematica, multidisciplinare, con un duplice scopo, scientifico e di comunicazione delle conoscenze, anche mediante tecnologie innovative di ricerca e di divulgazione scientifica. Con questo obiettivo gli studi che ci si propone di effettuare sono i seguenti:
– analisi osteologica dei reperti, anche con l’ausilio di tecniche radiologiche (radiografie e TAC) e istologiche, finalizzate alla ricostruzione delle caratteristiche antropologiche e paleodemografiche della popolazione; esame delle lesioni odontostomatologiche e ossee dovute a malattie genetiche, metaboliche, infettive ed osteoarticolari, a traumi, a cause igienico-nutrizionali e a stati carenziali;
– analisi degli indicatori di stress biomeccanici, funzionali e ambientali dello scheletro riconducibili all’ambiente e all’attività fisica svolta;
– esame degli indicatori dentali nonché degli elementi in traccia e degli isotopi stabili presenti nelle ossa per la ricostruzione della paleo dieta;
– rilevazione e analisi dei caratteri epigenetici dello scheletro in relazione alle possibili condizioni endogamiche della comunità;
– analisi del DNA estratto dai reperti per la ricostruzione della struttura e della storia genetica della popolazione nonché della possibile continuità genetica con la comunità locale attuale;
– studi di entomologia archeologica su resti di insetti e larve associati alle sepolture allo scopo di contribuire a rivelare aspetti connessi con le modalità e le condizioni di inumazione;
– indagini paleomicrobiologiche finalizzate alla rivelazione di microrganismi patogeni;
– ricostruzione mediante modellazione virtuale 3D e tecniche di facial reconstruction in uso nel campo dell’antropologia forense, del volto e dell’aspetto somatico di alcuni inumati;
– ricostruzione mediante tecnologie virtuali 3D delle sepolture più significative da impiegare ai fini di una efficace valorizzazione e divulgazione in ambito museale.
                                                                                                                                                                                                                                                G.G.


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