Prog. musealizzazione - Roccapelago

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Prog. musealizzazione

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Le mummie di Roccapelago:
il progetto di musealizzazione come modello etico e scientifico

MIRKO TRAVERSARI, VANIA MILANI


In seno al progetto di studio che ha riguardato le mummie di Roccapelago e che tuttora prosegue, grande attenzione hanno richiesto gli aspetti legati alla valorizzazionee musealizzazione di alcune di queste, particolarmente ben conservate, assunte a simbolo di questa piccola popolazione montana. Sono stati presi in considerazione diversi piani valutativi da parte della Soprintendenza per i Beni Archeologici dell’Emilia Romagna1, titolare della paternità scientifica dell’operazione, per permettere la piena visibilità di questo eccezionale ritrovamento; primo tra tutti il dovere etico necessario alla preservazione e presentazione di resti di questo tipo, che mai devono diventare asettici reperti da museo, decontestualizzati e lontani dalla loro reale natura. Non meno importanti sono stati gli aspetti legati alla loro conservazione: fragili per natura, le mummie necessitavano di un ambiente idoneo che evitasse la loro corruzione dovuta a pericolose variazioni microclimatiche. In ultimo, ma non meno importante, la necessità di restituire al pubblico, ai compaesani, questo tesoro, permettendo di veicolare una valida ed efficace comunicazione scientifica, comunque alla portata di tutti.
La scelta progettuale effettuata dai funzionari della Soprintendenza, coadiuvati dalla consulenza degli antropologi del Laboratorio di Antropologia2 del Dipartimento di
Storia e Metodi per la Conservazione dei Beni Culturali, Università di Bologna, Polo Scientifico Didattico di Ravenna, ha permesso di sviluppare un impianto espositivo forse unico in Italia per quanto riguarda l’allestimento di mostre antropologiche.
Il setting espositivo è stato individuato proprio nella cripta che per cinque secoli ha preservato questi corpi, l’ambiente è stato fin da subito preparato a ricevere nuovamente i resti, non appena si fossero concluse le essenziali operazioni di studio non invasive quali prelievi entomologici, archeobotanici, microaspirazione per liberarle da materiali alloctoni derivanti dallo scavo, prelievi di campioni ossei finalizzati alla ricostruzione del DNA antico e allo studio della paleonutrizione, in ultimo sono state oggetto di un esame autoptico non invasivo e di esami radiodiagnostici quali la TAC. Le due aperture nella parete Est della cripta, aperte fin dalla fine del 1500, sono state lasciate pervie proprio per mantenere il più possibile l’areazione naturale della cripta che ha innescato il processo di mummificazione, sono state quindi applicate solamente microretinature per evitare l’accesso di fauna e insetti all’interno. Parallelamente a questo, il massiccio geologico su cui è stata ritrovata la piramide di corpi, è stato stabilizzato e ripulito, rendendolo pronto per ricevere nuovamente i corpi. La porta di accesso a Nord, trovata sigillata durante gli scavi, è stata nuovamente chiusa per mezzo di una vetrata a bussola in aggetto, che permette al visitatore la visione del sito, ma evita che all’interno della cripta penetri CO2 o vi sia un innalzamento del calore o dell’umidita3; a questo proposito anche l’illuminazione applicata, sempre settata su off, può essere attivata solo per lo stretto necessario alla visita e comunque essendo temporizzata a 8 minuti, si evita comunque il surriscaldamento dell’aria. Sono state inoltre installate speciali lampade antimicotiche da attivare al bisogno. Risolto il problema della conservazione, la ricollocazione dei corpi è avvenuta di conseguenza, piuttosto naturalmente. Si è optato per la deposizione diretta sull’affioramento geologico (fig. 1), evitando supporti che per quanto discreti, avrebbero snaturato le deposizioni. La struttura geologica che funge da pavimento alla cripta ebbe un fondamentale ruolo nel processo di mummificazione, in qualità di elemento drenante dei fluidi; i corpi furono deposti direttamente sulla nuda pietra dai famigliari e proprio per questo le mummie sono state deposte nuovamente sulla roccia. La ricollocazione dei corpi nella medesima
posizione in cui vennero tumulati, risponde anche all’esigenza di garantire il decoro formale della musealizzazione, l’allestimento in questo senso offre allo spettatore la visione non solo dell’individuo, ma consente anche di percepire visivamente come i defunti venissero composti e che modificazioni posturali abbiano subito nel corso dei  coli, nel pieno rispetto di quello che sono stati e sono ancora oggi: individui come noi. Il progetto di allestimento è stato presentato in concomitanza con l’inaugurazione della mostra “Le Mummie di Roccapelago (XVI-XVIII sec.): vita e morte di una piccola comunità dell’Appennino modenese4” che, durante l’estate del 2012 ha calamitato l’interesse di migliaia di visitatori. I punti di osservazione ricavati nella pavimentazione della chiesa soprastante, per mezzo di un lungo pannello in vetro, longitudinale alla cripta, offre una visuale assolutamente suggestiva e quanto più aderente possibile alla reale funzione dell’ambiente, offrendo allo spettatore la suggestione di quello che doveva essere la realtà strutturale di diversi secoli fa. Pochissimi sono gli esempi di musealizzazione che corrispondono pienamente ai tre assunti iniziali, l’unico caso italiano è forse rappresentato dalla collocazione di Ötzi presso il Museo Archeologico dell’Alto Adige5, dove per necessità conservativa è stato necessario ricreare il clima che ha preservato il cacciatore dell’età del Rame e la sua esposizione è assolutamente discreta e non plateale, fruibile da un pannello di vetro di piccole dimensioni raggiungibile da una sala absidata appartata; Ötzi è conservato entro una cella refrigerata a -6° Celsius e umidità pari al 96-98%, ambiente sterile fornito di speciali filtri per l’aria che garantiscono le condizioni di asetticità. Il parallelismo è chiaramente fondato sulle similitudini espositive, non per
tipologia di mummificazione presentata, assolutamente dissimili e non avvicinabili. Le mummie di Roccapelago possono però vantare in più di Ötzi, la possibilità di essere visitate dentro alla loro ultima dimora, proprio come dovevano apparire agli abitanti del luogo, centinaia di anni fa.

1 Nella persona del Dott. Donato Labate, responsabile del progetto mostra assieme al Prof. Giorgio
Gruppioni.
2 Diretto dal Prof. Giorgio Gruppioni.3 Il microclima all’interno è sorvegliato da un termometro ed igrometro.4 Enti promotori: Soprintendenza per i Beni Archeologici dell’Emilia-Romagna, Dipartimento di Storie e Metodi per la Conservazione dei Beni Culturali – Università di Bologna – Laboratorio di Antropologia, Comune di Pievepelago, Associazione Pro Rocca; con la collaborazione di: “lo Scoltenna”, Comunità Montana del Frignano, Istituto per i Beni Artistici, Culturali e Naturali della Regione Emilia-Romagna, Musei Civici di Modena, Fondazione Centro Conservazione e Restauro “La Venaria Reale”, Parrocchia di Roccapelago, Chiesa della Conversione di San Paolo, Provincia di Modena – Assessorato alla Cultura, Diocesi di Modena – Ufficio Diocesano per i Beni Culturali Ecclesiastici.
5 FLECKINGER 2011.

 
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