Relaz. antropologica - Roccapelago

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Relaz. antropologica

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RELAZIONE ANTROPOLOGICA: DATI PRELIMINARI OSSERVATI SULLO SCAVO
Vania Milani e Mirko Traversari (antropologi)
L’asportazione degli strati non organici che ingombravano il volume dell’ambiente sotterraneo ha permesso di evidenziare un’area con chiare finalità inumatorie. Il potente strato di corpi, strettamente adesi tra loro in una sequenza diacronica probabilmente protratta nel tempo, presentava alcuni aspetti peculiari degni di interesse. Gli inumati più profondi, furono deposti sfruttando le asperità rocciose del massiccio sottostante la fabbrica della chiesa affiorante sotto al piano di calpestio. Nonostante la corruzione dei resti e i danni inferti dalle deposizioni successive, era ancora riconoscibile la giacitura primaria dei cadaveri, determinata grazie alla persistenza di numerosissime articolazioni labili ancora saldamente connesse, spesso in decubito laterale, ma anche prone e supine. La decomposizione è avvenuta in spazio pieno, i corpi furono probabilmente sepolti e inglobati da uno strato terroso, per caratteristica deposizionale, si sono malamente conservati elementi accessori al corpo, rari gli indumenti e i sacchi usati a guisa di sudario.


Cripta: ammasso di corpi mummificati al momento della scoperta

Senza soluzione di continuità e in stretta aderenza a questa prima fase di utilizzo, come dimostrato dai tessuti dei sudari e degli indumenti completamente adesi tra loro, quasi incollati dall’imbibimento dei fluidi della decomposizione riconoscibili grazie alle numerose macchie ancora visibili, senza diaframmi terragni di separazione, è continuata la pratica depositoria dei corpi nell’ambiente. La tipologia inumatoria riconosciuta anche in questo caso è assolutamente primaria, oppure primaria rimaneggiata antropicamente, a causa delle successive sepolture, mentre la decomposizione in questo caso è avvenuta in spazio vuoto, come dimostrato dal rotolamento del cinto pelvico, scivolamento della patella, verticalizzazione scapolare, traslazione mandibolare, ecc., presenza di fauna cadaverica in alcuni casi mummificata tra i corpi, deceduta forse per i miasmi tossici generati dalla decomposizione, numerosissimi pupari di ditteri esterni ed interni ai distretti scheletrici.
Il particolare microclima creatosi all’interno della camera di deposizione, favorito dalle due aperture individuate sulla parete, ha prodotto in numerosissimi casi la conservazione di alcuni tessuti e strutture legamentose o tendinee, così come sono discrete le condizioni di alcuni elementi di abbigliamento o sacchi sudario che avvolgevano i corpi.
Numerose le forme di pietas, quali la composizione canonica del cadavere con mani intrecciate sull’addome o in atto di preghiera, permanenza di anelli nuziali alle dita, abiti curati con abbellimenti, oppure elementi di decoro quali tessuti che fasciavano la mandibola per evitare lo spalancamento della bocca.
Le deposizioni risultano comunque molto disordinate. È ipotizzabile una prima fase di fruizione della camera di sepoltura con accesso diretto, per la quale è appunto attribuibile la composizione di alcune salme come poco fa descritto. In un secondo tempo la fruizione dell’ambiente deve essere avvenuta da un’apertura nel soffitto (il piano di calpestio della moderna chiesa) ritrovata nel livello di demolizione che ingombrava l’ambiente. In questo caso i corpi vennero probabilmente calati: si spiegherebbe così il grave disordine delle salme, alcune delle quali presentavano posture assolutamente singolari, come supinazione completa del corpo con inarcamento spinale e ribaltamento a livello cranio-caudale delle braccia, scivolamento laterale della salma sullo strato dei cadaveri, fino a fissarsi in alcuni casi a circa 60° sulla linea cranio-caudale rispetto al piano di calpestio, posizione seduta delle gambe sempre dovuta alla precipitazione dei distretti periferici ancora freschi, che la parziale mummificazione di alcuni tessuti e l’abbigliamento hanno conservato. La botola di servizio era probabilmente in prossimità della cuspide generatasi dall’accatastamento dei corpi.
Da una prima analisi on field appare evidente l’eterogenea rappresentatività del campione deposto rispetto alle varie fasce di età e di sesso. A conferma dell’appartenenza dei defunti ad un unico gruppo sono state osservate alcune anomalie congenite, diversi caratteri epigenetici e discontinui/genetici, oltre a markers occupazionali e manifestazioni patologiche legate a degenerazioni articolari (conseguenti sia ad attività lavorative pesanti che ad una predisposizione ereditaria) che permettono di fare una concreta ipotesi di un insieme chiuso di persone, abitanti di Roccapelago nel XVI- XVIII secolo.

Mirko Traversari  
orfeo7@libero.it
Vania Milani   
vania.milani@tiscali.it

Modena, 15 giugno 2011

 
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