Ritratti, Miti e Leggende - Roccapelago

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RITRATTI, MITI
e Leggende


La memoria è tesoro e custode di tutte le cose. - Cicerone

RITRATTI

CESARE FERRONI
"Tanti mestieri, tutti con passione"

In quel lontano giorno un'auto aveva risalito la montagna, lentamente, a fatica, per la strada tortuosa, crepitante di ghiaia e di pietre. Si era anche fermata alcuni minuti perché il motore accaldato si raffreddasse un poco per affrontare l'ultimo tratto che portava al borgo: Roccapelago, aggrappato al brullo costone.
 
Al mattino dopo, lo stradino Cesare Ferroni, percorrendo la strada, a piedi, come al solito, aveva controllato le buche lasciate dalle ruote. Aiutandosi con l zappa, fatto rotolare un grosso macigno sulla scarpata, vi si era seduto sopra pronto ad iniziare il lavoro. Col mazzuolo, a poco a poco, doveva frantumarlo in piccole scaglie, che cadevano intorno disuguali e polverose, necessarie a riempire i vuoti lasciati dall’auto sulla strada. Lavoro che faceva abitualmente, mettendo da parte cumuli di ghiaia che sarebbe servita ogni volta al bisogno. La grande passione per il suo lavoro lo induceva ad avvicinarsi il più possibile alla perfezione. Il traffico automobilistico doveva trovare il fondo stradale sempre in ottime condizioni. A quel tempo poche erano le automobili di passaggio, ma Cesare ci teneva che il tortuoso nastro bianco che portava a Rocca fosse in ordine, poiché l’amava quasi come la sua stessa casa.

Col pennato e la falce tagliava, in primavera, rami ed erbacce che crescevano ai bordi della cunetta, dando maggior visibilità agli automobilisti a ridosso delle numerose curve. Spettava a lui comunque sorvegliare la strada comunale, zappando dove era necessario, per incanalare l’acqua piovana, raccogliere e bruciare le foglie secche che avrebbero potuto ostruire le fogne, arginare le piccole frane, i rigagnoli disubbidienti e deviare il corso dell’acqua, dopo violenti temporali.
D’inverno, con l’arrivo della neve, gli spalatori, provenienti anche dalla campagna, si riunivano in piazza, pronti ad aprire uno stradello che permettesse di raggiungere, a piedi, Pievepelago, distante quattro chilometri. Si formavano squadre di operai, a ognuna delle quali veniva assegnato un tratto da liberare. Anche Cesare lavorava di buona lena con la pala di legno; indicava persino le zone dove occorreva aprire di più per dare libero sfogo delle acque, appena fosse giunto lo scirocco. Lui conosceva, come le sue tasche, curve e controcurve.
Col passare degli anni fu costruito un rustico spartineve formato da due lunghi tavoloni che, uniti assieme da robusti catenacci, a guisa di cerniera, ne usciva un attrezzo a cuspide trainato, a mano, da circa una decina di uomini, che riusciva a sgombrare velocemente la neve, se di poco spessore. In seguito subentrò, col progresso tecnologico, l’uso dello spartineve a motore. Cesare continuò a curare in particolare la cunette in modo che fossero sempre pulite ed in grado di raccogliere le acque che, lasciate libere, avrebbero danneggiato l’asfalto. Gli fu affidata anche la pulizia della piccola piazza del borgo e lo fece con altrettanta passione.
Appena giunta la pensione un altro costante incarico lo attendeva: occuparsi della chiesa e tenere gli arredi per tutte le celebrazioni. La moglie, signora Olga, l’aiutava a preparare l’altare abbellendolo di fiori e di tovaglie candide come la neve. Cesare serviva la messa con grande partecipazione ed era sempre presente negli oratori dei dintorni quando c’era una funzione. Suonava pure le campane, ma nelle feste solenni era necessario un aiuto per i doppi armoniosi.
Più tardi il campanile fu arricchito dell’impianto elettrico che richiedeva ugualmente attenzione ed esattezza.
In inverno, quando la coltre bianca ricopriva il paese, il cantoniere di un tempo, con la pala, la domenica mattina, apriva un varco in quella salita che conduceva al cimitero ed alla chiesa stessa, ma il vento e la bufera non davano tregua  in un tratto scoperto e lo stretto viottolo, in breve tempo, si riempiva di nuovo. Allora Cesare, in attesa dell’arrivo del parroco, pazientemente ricominciava il lavoro da capo. Incarichi ed impieghi che l’uomo assolveva con tanta responsabilità anche in età avanzata.
Giunta la vecchiaia guidava ancora la sua utilitaria e nel pomeriggio festivo accompagnava la moglie a fare qualche breve passeggiata e chi lo vedeva passare si stupiva per l’inconsueta prontezza di riflessi. A novantaquattro anni ci ha lasciato ed un vuoto incolmabile è rimasto ovunque. Il suo funerale è stato accompagnato non da lugubri rintocchi. Ma da uno squillante doppio come riconoscimento per aver dato voce, sempre lui, alle campane, in tutte le occasioni, per un percorso lungo mezzo secolo.

Beatrice Gimorri
Adriano Gimorri (1889-1954)
Scrittore e poeta

Fra coloro che maggiormente illustrarono la patria natia emerge lo scrittore e poeta Adriano Gimorri (1889-1954), preside del Liceo Doria di Genova, presidente della Societa letteraria, scientifica e artistica del Frignano Lo Scoltenna. Figura agile, asciutta, caratteristici baffi alla Napoléon trois (come diceva Ferruccio Pedrazzoli), occhi vivi, stranamente luminosi, egli meglio di chiunque altro impersono l'anima, l'autentica singolare vecchia anima della sua terra. Idealista puro, riscaldò il suo spirito alia fiamma della poesia che scaturisce perennemente dai nostri monti e dai nostri fiumi, dalle nostre chiese e dai nostri borghi, dai nostri boschi e dalle nostre sorgenti. Non vi e paese dell'Alto Frignano che egli non abbia cantato in versi ricchi di musicalita, soffusi di nostalgia.
Crisantemi — il poemetto che propone in sussulti d'angoscia esistenziale i problemi eterni assillanti l'uomo con le loro implicazioni metafisiche e religiose — rappresentano forse l'espressione piu alta e duratura della lirica gimorriana. Si ricollegano come tematica a Crisantemi i componimenti dell'ultimo periodo (Casa paterna - Cimone - S. Pellegrino - In morte di Ennio Corbella). « Poesia di un'eleganza accorata e coscienziosa » la giudica il celebre letterato Cesare Angelini. Giovanni Borelli, cogliendo l'atteggiamento dominante del poeta, quel suo battere alia porta del mistero col cuore gonfio e con la mente prona, con vertigini d'abbandono e con tragica implorazione, per poi rimettersi in uno slancio di fede a Dio, chiama le sue liriche: « Canti della Sorella Morte, per aprire le vie celesti alia divina realta della Vita rivelata dalla Grazia ».
Gaie parentesi, giocosi passatempi erano per lui quelle strenne gustose e sàpide che — ultimo dei menestrelli — leggeva nei mercati e nelle here e vendeva a poco prezzo. Oggi sono ricercatissime e quasi introvabili.
Il Gimorri lascia anche vari saggi in prosa. II proemio ai « Viaggi » di Raimondo Montecuccoli, volume da lui pubblicato dopo aver trascritto nell'Archivio di guerra di Vienna il manoscritto del grande uomo d'arme. La prefazione al Dizionario biografico frignanese, nella quale sintetizza con acume e sagacia la storia del Frignano. Le biografie dello zio don Giovanni Gimorri, di don Attilio Pellesi, del missionario G.A. Cavazzi, gli studi critici sui poeti Borelli, Ceccardo, Cellini, Giacomelli, Francesco Vignocchi, i saggi sui santuari di Monticello, dei Menoni, della Madonna del Pratolino. Altre sue pubblicazioni, sparse in giornali e riviste, attestano l'ardore che lo animava nel far conoscere la bellezza e la grandezza della sua terra e gli uomini che l'hanno maggiormente onorata.
Un posto a parte gli spetta come traduttore. « L'amore coniugale » del Pontano, edito dai Carabba, nulla perde della sua venusta negli elegantissimi distici gimorriani. II Carabba pubblicò anche La Valle dei gigli e II giardinetto delle rose del Kempis nella bella veste italiana data loro dallo scrittore frignanese. Infine questi tradusse dal tedesco il pamphlet Federico Nietzsche gran ciarlatano dell'armeno Raphael Bazardijian.
Negli anni in cui il Gimorri tenne la presidenza dell'Accademia de Lo Scoltenna (1828-1954) uscirono sette volumi di Atti e Memorie da lui diligentemente curati.
Colpito da grave scompenso cardiaco, partecipo nel 1952 alla solenne celebrazione del 50° anniversario della fondazione de Lo Scoltenna sdraiato su una barella. Benché presago della fine imminente, non allento la sua attività. Dal dicembre 1953 al gennaio 1954 compì ben quattro viaggi da Genova a Modena per impegni connessi con la carica di presidente del sodalizio letterario. La morte lo ghermi quasi all'improvviso, il 18 febbraio 1954, a Genova. La salma, recata fra i monti da lui cantati con impareggiabile maestria, dopo le esequie solenni celebrate nella chiesa di Pievepelago, fu sepolta nel cimitero di Rocca, portata lassù dai suoi montanari abbronzati dal sole e temprati dalla neve.

Antonio Galli
Domenico Zanetti
"geloso custode delle memorie storiche e artistiche della sua Rocca"

Domenico Zanetti, segretario del Comune di Pievepelago, segretario e tesoriere dello Scoltenna, fu una tipica figura di funzionario scrupoloso fino alia meticolosita, geloso custode dei valori storici e artistici della sua Rocca, di cui era l'anima. La sua scomparsa, avvenuta nell'aprile 1958, lascio largo rimpianto.
Ferruccio Pedrazzoli, preside del Liceo S. Carlo di Modena e presidente dello Scoltenna, ne rievoca cosi la figura con la magia del suo stile nel volume postumo Paese lontano.
« Zanetti regnò per quarant'anni alia Pieve e il suo fu un regno mite, senza scosse e senza peso, che parlava sottovoce dal Comune e si eclissava discretamente ogni qualvolta comparivano i grandi. Presente tuttavia in ogni momento (...) e con decreti cosi modesti, cosi blandi, che la gente non se n'accorgeva neppure.
Millenovecentodiciotto, millenovecentocinquantotto. Passavano i sindaci, passavano i presidenti e i consiglieri dello Scoltenna, e Zanetti restava a rappresentare la continuita dello spirito montanaro, il sottofondo del buon senso e della misura.
Pochi conoscono veramente quelli che dedicano tutta una vita a scrivere negli uffici di montagna, dove le estati corrono via in an baleno e gli inverni tornano a unirsi agli inverni, squallidi e lunghi, con gli uomini radi qua e la per le vie, avvolti nei mantelli, chiusi nei cappotti con il solino tirato a mezza testa, nel silenzio delle giornate di neve, nel frastuono delle giornate di vento e di pioggia, quando la luce elettrica balla sulle strade, le imposte sbattono, le donne passano, correndo di porta in porta, strette negli scialli e i ragazzi schiacciano il naso contro i vetri delle finestre.
Nell'ufficio la stufa brontola, brontola la gente che entra a chiedere questo e quell'altro e tutto si fa difficile nell'attesa della buona stagione, mentre le lertere e le circolari arrivano come da un altro mondo e restano carta, niente altro che carta. Poi di tanto in tanto, rade per verità, le feste e le allegrie e allora l'uomo dell'ufficio di montagna si trasforma in Zanetti, ritorno il piu vero Zanetti, che raduna i compaesani al caffe, alia trattoria, ove il fiotto del lambrusco gorgoglia dal nero delle bottiglie e fa la rosa di spuma dentro i bicchieri.
Quarant'anni! Gli ultimi alia Rocca, fedele sempre all'onore del Comune e al culto dello Scoltenna. Lo Scoltenna e una specie d'estate, un'estate perenne, che compare due mesi all'anno, in luglio e in agosto, alia Pieve, poi emigra qua e là per il mondo, dove anche 1'inverno, soprattutto l'inverno, è vita. E manda lettere, rade, preziose, da mettere nell'archivio e chiede risposte fatte di niente, ma che è consolazione mandarle.
Cosi è trascorsa la vita di Zanetti. Noi abbiamo visto partire con lui l'ultimo di un nostro vecchio mondo.
Per Zanetti noi (giovani) eravamo un po' degeneri. Troppo moderni e corrivi, sbagliavamo nella forma i verbali dello Scoltenna ed andavamo ad assistere alle gare di calcio e di tennis. (...) Aveva ragione, povero Zanetti, noi dimentichiamo troppe cose e sbagliamo troppi verbali. Quelli soprattutto che raccontano le storie semplici, fatte di niente e di cuore, come le sue di vicesegretario e di tesoriere effettivo della Societa letteraria e artistica del Frignano Lo Scoltenna.
Decisamente una cosa importante lo Scoltenna. Una cosa seria, terribilmente seria, quando certe figure scompaiono e noi restiamo in un bizzarro presente che si disancora dal passato.
Caro vecchio Zanetti, cavaliere della Repubblica, segretario del Comune a riposo e tesoriere dello Scoltenna, fino a ieri in attività di servizio, quanto è importante il protocollo e quanto vorrò ricordarlo, se questo mi ricorderà lei, l'ultimo della vecchia Società, il Maresciallo Ney di un mondo che si ritira in buon ordine, Victor invictus. E a Roccapelago, mille e rotti sul mare ».

Antonio Galli

MITI e Leggende

IL PONTE DEL DIAVOLO

Gli  anziani raccontano che nel 1919, due bambine di nome Tina e Maria,  hanno visto il diavolo al ponte di Roccapelago ancor oggi chiamato ponte  del diavolo.
Era una fresca gionata di autunno quando le due bambine  passeggiavano come di consueto nel boschetto finchè udirono strani  rintocchi e si avvicinarono incuriosite per scoprirne l'origine. Giunte  sotto il ponte della strada che conduce alla piazza di Roccapelago,  vennero sorprese dall'improvvisa apparizione di una creatura tutta  ammantata di rosso, con le corna, la coda e la forca. Le poverelle tanto  erano spaventate che corsero piangendo e strillando fino alla piazza  della Rocca dove i roccaioli accorsi faticarono a calmare. Successivamente, è stato posto sopra un grosso albero accanto al ponte, un quadretto con l'effige di Sant'Antonio.
In  seguito, nel 1968 nello stesso posto, è stata costruita una casa ad  opera di Angelino Benassi e vi è stata posta l'icona del santo in  sostituzione di quella oramai consumata dalle intemperie.
Da allora  non ci sono state più apparizioni, ma di tanto in tanto passeggiando nei  pressi della casa, si odono gli insoliti rintocchi e si dice che sia il  diavolo che voglia attirare i passanti sotto al ponte per poi  spaventarli a morte.

A. Ferroni

I DUE PASTORI E L'ORSO


Tanti anni fa, nei boschi attorno al Ponte del Diavolo viveva un orso che faceva paura a chi passava di lì. Due pastori, dopo una lunga e faticosa caccia, riuscirono finalmente a catturarlo ancora vivo e lo portarono dal signore che viveva nel castello di Roccapelago. Gli raccontarono con le loro parole della caccia e della paura che avevano avuto. il nobile signore apprezzò la loro fatica e li elogiò pubblicamente, davanti a tutti i sudditi.
- Bravi! – disse – Avete catturato un animale feroce e pericoloso. Meritate una ricompensa! -
Ordinò ai servi di portare l'orso, ora prigioniero di un grosso collare di ferro di una lunga catena, nei sotterranei del castello.
Poi aprì uno scrigno pieno di monete d'oro e ne diede una manciata ad ogni pastore.
I due uomini, diventati improvvisamente ricchi, ritornarono felici alle loro case, ma non vollero più fare il mestiere del pastore, faticoso e poco redditizio. Dopo alcuni anni, mentre facevano una passeggiata nei boschi, incontrarono un vecchio orso, che all'improvviso era uscito da una grotta. Erano disarmati, piuttosto alticci, per il vino bevuto, non sapevano cosa fare, se non correre il più velocemente possibile. L'orso fu più veloce, li catturò e li uccise. Quando i loro amici seppero dell'accaduto, vollero vedere l'orso nei sotterranei del castello. Era sparito. Pensarono quindi che fosse lo stesso che si era liberato: un orso magico che si era vendicato.

F. A. Scanabissi e L. B. Spennato
OBIZZO, S. GIORGIO E I FUOCHI


Una sera tempestosa Obizzo da Montegarullo capitò a Barigazzo e bussò alla casa di un'orfanella, di nome Angelina, per chiedere ospitalità. La fanciulla, anche se di solito non apriva a nessuno a quell'ora, sentendo il nome del signorotto aprì la porta, spaventata. Invece Obizzo e il suo scudiero la trattarono gentilmente e dopo una lunga sosta ripartirono. Non passò mezzora che la giovane sentì di nuovo bussare alla porta e la stessa voce chiederle di fare un'ambasciata. Appena aprì, lo scudiero afferrò Angelina, la gettò sul suo cavallo e scappò via al galoppo. Quando passarono davanti alla chiesa di S. Giorgio, protettore di Barigazzo, la fanciulla invocò l'aiuto del Santo, affinchè la portasse in cielo piuttosto che lasciarla vivere disonorata. All'improvviso in cielo apparve una luce abbagliante e davanti alla chiesa comparve un cavaliere su un bianco cavallo. Una mano invisibile afferrò la ragazza e quando il rapitore fece per brandire la spada, la terra s'aprì sotto di lui e lo inghiottì. Giunta l'alba, due viandanti trovarono sul loro sentiero la fanciulla morente, illuminata da una misteriosa fiamma che S. Giorgio aveva suscitato dalle viscere della terra, esaudendo così la sua preghiera. La sua anima ora volava libera verso il cielo.

F. A. Scanabissi e L. B. Spennato





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